Occorre che passi qualche giorno e che la quotidianità riprenda il sopravvento per realizzare la finitezza della vita, l’irrimediabile mancanza fisica degli affetti.
Occorre riabituarsi al fatto che il telefono può squillare molto di meno e non essere più solo messaggero di cattive notizie.
La realtà prende il posto dello stordimento e della stanchezza quando aperto il portone, salite le scale, attraversato l’ingresso e poi il corridoio, il tutto meccanicamente compiuto come sempre, arrivi nell’ultima stanza e vedi solo un letto spoglio senza lenzuola, senza vita.
Ho toccato mobili e aperto cassetti in questi ultimi giorni: ogni particolare mi riportava a ricordi dell’infanzia, dell’adolescenza, degli ultimi tempi. Voci che rimbombano nella testa, gesti che sfiorano la pelle. Sorrisi bagnati da lacrime salate come mai prima, che lasciano solchi di dolore indelebile sul viso.
La finitezza della vita, scoperta all’improvviso una mattina di fine gennaio, vegliata per una notte intera tre giorni fa. Pezzi di cuore coperti da legno, terra, cemento e marmo.
Passare sotto la loro casa, uscendo e ritornando da casa mia, sapere che dietro quelle finestre non c’è più nessuno.

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