Tra arte, spritz e umidità.

– Ne resta una di cui non parli mai.
Marco Polo chinò il capo.
– Venezia, – disse il Kan.
Marco sorrise. – E di che altro credevi ti parlassi?
L’imperatore non battè ciglio. – Eppure non ti ho mai sentito fare il suo nome.
E Polo: – Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia.

Non ho mai avuto una buona impressione di Venezia. Fugaci visite in piazza S. Marco o al massimo in qualche calle lì intorno. Troppa gente che si muove in gruppo, senza mai guardare niente davvero, troppe gondole di plastica da portare a casa, pessimi vetri spacciati per pezzi di Murano, troppi piccioni.
Poi ci sono ritornata, due brevi giorni, ma essenziali per capire che mi sbagliavo, che il mio giudizio, dovuto alla distrazione, era stato troppo inclemente e che una volta che riesci a perderti ta una calle e un campo tutto diventa diverso.
La Biennale, per la prima volta. I migliori pezzi dell’arte contemporanea mondiale in padiglioni sparsi nei giardini a ridosso di S. Elena e nella struttura mozzafiato dell’ Arsenale.
Vieni, andiamo in Svezia.
Per di qui, c’è il Giappone.

Padiglioni già incredibilmente belli per la loro struttura, con progetti e opere di fascino assoluto alcune volte, che sanno di già visto altre.
Oltre alla Biennale e ai suoi numerosissimi eventi collaterali, l’offerta culturale di Venezia è incredibilmente ampia: grandi gallerie, musei rinomati che si affiancano a piccoli atelier e negozietti d’arte. E’ un perdersi continuo e un continuo rendersi conto di avere troppo poco tempo per assaggiare tutto.
La Fondazione Pinault a Punta della Dogana, laguna tutto intorno, Maurizio Cattelan, Jeff Koons, Sigmar Polke, Cindy Sherman, Richard Prince, Cy Twombly, Takashi Murakami, Jake & Dinos Chapman dentro.
Peggy Guggenheim, inaugurazione ad inviti, galleria aperta di sera con le pagine dei libri di storia dell’arte che prendono vita sulle pareti: sorrido incantata quando ricordo della didascalia accanto a “La nostalgia del poeta” di De Chirico o ad un Mondrian oppure ad un Max Ernest “collezione privata” “Quindi esistono veramente?” Più chiacchiere all’ingresso che dà sul Canal Grande, con tutta Venezia che si rispecchia sull’acqua della sera.
Ci si perde a Venezia attraversando i ponti che portano nel cuore della città vera, con un’umidità spaventosa e una nebbia che fino a mezza mattinata vira tutto sui toni del bianco e del grigio. Ci si perde a Venezia tra spritz in Campi ed osterie e polpettine di formaggio o di tonno, tra pesce cucinato bene e vino buono che accompagna le chiacchiere. Ci si perde a Venezia quando la pioggia batte forte e portici di biblioteche inaspettate ti danno riparo con il bianco della foschia che è diventato grigio verde e la laguna bella, forse più bella di quando c’è il sole.

– Quando ti chiedo di altre città voglio sentirti dire di quelle. E di Venezia quando ti chiedo di Venezia.
– Per distinguere le qualità delle altre, devo partire da una prima città che resta implicita. Per me è Venezia.
– Dovresti allora cominciare ogni racconto dei tuoi viaggi dalla partenza, descrivendo Venezia così com’è, tutta quanta senza omettere nulla di ciò che ricordi di lei.
– Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano, – disse Polo. – Forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo. O forse, parlando di altre città l’ho già perduta a poco a poco.

Leggevo questo libro, questa pagina, più o meno un anno fa. E solo ora riesco a capirne davvero, un po’, le parole.

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