Krapp e il masochismo del rileggersi e del riascoltarsi

Krapp’s last tape
Teatro Mercadante
Napoli, 2009

Krapp ride della voce di sé da giovane, come un vecchio cinico e ormai disilluso che ricorda gli anni in cui
credeva di essere (col senno di poi) felice e nel pieno della propria esistenza.
Col passare del tempo però, e con il nastro della bobina che scorre, le risate diventano sempre più amare perché la constatazione inevitabile dell’essere in fin dei conti un fallito e uguale a tanti altri, aumenta sempre di più.
C’è sempre del masochismo nel rileggere (ma in questo caso ascoltare) i ricordi del passato perché la testimonianza del tempo che passa, delle soddisfazioni e delle delusioni, è spietata: resta incisa e l’unica maniera per sbarazzarsene è distruggerne fisicamente la presenza. E’ un gioco crudele al quale Krapp cerca di sfuggire, bloccando il magnetofono quando diventa insopportabile ascoltarsi, ma puntualmente non riesce a farne a meno e smette di interloquire col se stesso di trent’anni prima al montare della disperazione che lo immobilizza con lo sguardo perso nel vuoto.
Si rende conto della sua condizione di fallito, di aver inseguito una vanagloria che lo ha portato alla solitudine e che ha aumentato i suoi problemi con l’alcool.
Non ha molto da dire dell’ultimo anno trascorso, ha molto di più, invece, da ascoltare e da ricordare.
La grandezza del testo di Beckett, magnificamente interpretato da Bob Wilson, è tutta nelle parole che azionano un meccanismo di immagini visive. Riusciamo a vedere la fessura degli occhi di Effi infastiditi dal sole, così come Krapp la descrive, nel momento in cui si dicono addio. Riusciamo a vedere il graffio sulla gamba della donna e a sentire il fruscio delle canne.
Insieme a Krapp, nello stesso istante, ci rendiamo conto di quanto veramente egli abbia perso rinunciando all’unica donna che abbia mai amato. E quello che resta, a lui a noi, è solo il rumore del nastro che continua a girare senza nessun altra parola incisa.

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