Postkarten aus Berlin

Mi hanno detto: “Ci sei già stata, perché ci ritorni?”
“Perché Berlino vale la pena di essere vissuta, sempre. Ogni volta che se ne presenti l’occasione”.
Viaggio di laurea, viaggio post primi esami, viaggio quasi break di primavera: ogni scusa è buona. E quindi partiamo, sì, partiamo.
Quattro giorni in quella che vorrei fosse la mia città da sempre, e poco a poco (questa è la terza volta) ne succhio l’essenza rimescolando la mia alla sua. E il segreto di questa grande energia in circolo è tutto nella straordinaria maniera in cui riusciamo a vivere Berlino, perdendoci in essa e contemporaneamente vivendo anche lì la vita vera. E’ un’intimità incommensurabile tra noi e tra noi e lei.

Nevica di mattina fuori dalla nostra finestra di legno chiaro. L’aria è fredda e morbida. Cappuccino e danese take-away, naso e guance rosse, ci perdiamo per Treptower Park e costeggiando la Spree ci immergiamo, letteralmente, nel grande monumento sovietico.

La grandezza (e la decadenza) della Madre Russia è tutta nella sua simmetria e nella sua retorica piena di simboli. Questo monumento, che ne è la dimostrazione, è quanto di più lineare e arioso abbia mai visto. Il grigio del grande altare ateo (che però richiama enormemente l’iconografia cattolica della madonna) si mischia al bianco della neve sull’erba. Il colpo d’occhio è impressionante eppure tutto è perfettamente immerso nell’aria bianca di marzo.
Continuiamo a passeggiare e a saltare di metro in metro, perdendoci. L’idea è proprio questa, camminare lasciandosi cullare dalle strade e dalla curiosità. Pochi programmi, quasi nessun itinerario. E’ solo perdendosi che si capisce davvero Berlino.
Alla Neue Galerie, perché lì il vento del nord ha deciso di portarci. Giovani, belli, innamorati, ci riposiamo sdraiati a terra nel grande salone/istallazione a guardare la pioggia, che prima era neve, scivolare sui vetri intorno. Marmo verde, tetto nero. Sotto di noi tutto l’Espressionismo tedesco che sala dopo sala, diventa immagine della tragedia del Reich.
Perdiamoci, ancora una volta, questa volta a Prenzlauerberg, il nostro quartiere, dopo aver adempiuto a quella che è ormai consuetudine culinaria: Felafel a Kastanienallee. E poi perdiamoci ancora in locali caldi, dalle vetrate ampie e con poltrone di vecchia tappezzeria; in vecchie fabbriche di birra rimesse a nuovo come il KulturBrauerei. Un brulicare di persone che riscalda un po’ il gelo della notte.
Tiergarten, mercato delle pulci. Tiergarten, laghi ghiacciati. Tiergartent, Bauhaus.
E il sabato mattina scorre lento e sa di aria pulita, di silenzi e forma.


Unter den lindend, qualche passo nella memoria di entrambi, oggetti fatti a mano, tulipani bianchi e rosa sui banchetti.
Ritorniamo a Neukölln, di nuovo allo Staalplaat per una nuova installazione di Q. L’impressione di questa estate era giusta: il quartiere è in grande fermento, si mangia bene e con poco, due cambi di metro e ci si ritrova a ridosso dei cantieri fluviali con la Spree ghiacciata e vecchie fabbriche e hangar che ospitano ora locali e club. Lo scenario è surreale, buio intorno, vento gelido, cantieri sulle sponde del fiume, costruzioni ancora malandate con le finestre illuminate da luci rosse e blu.
Raum 18, quattro piani a piedi in un edificio che sembra essere fermo nel tempo, una festa un po’ fiacca, ma ci sentiamo sempre nella nostra Berlino a guardare le gru e un po’ di macerie sotto di noi con la musica altissima dentro.

Poi la mattina presto, prestissimo appena dopo l’alba, con una luce chiara e l’aria ancora di neve, raccogliamo tutto, forze e pezzi di noi, e andiamo via. L’antenna della televisione è perfettamente nitida e svetta tranquilla tra le nuvole, il freddo è sopportabile, la nostalgia, la Ostalgie anche, perché il progetto è quello di ritornare qui ogni volta che il nostro corpo ne sente l’esigenza. Siamo meccanismi a tempo, tra qualche mese tornerà forte il desiderio di lei. A riprendere energie, a riprendere immagini, suoni e odori. A riprendere Berlino.

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