Riportando tutto a casa – Da nord a sud e ritorno

7 agosto
345 km. Dal centro – caotico e delirante – di Istanbul a quello di Çanakkale. In mezzo il mar di Marmara costeggiato per più di un’ora (con relativi attraversamenti di intere famiglie e gruppi di persone su strade a due corsie per senso di marcia), fino alla penisola di Gallipoli bruciata dal sole affacciata sullo stretto dei Dardanelli.
Una sola unica strada polverosa percorsa dai Turchi che vanno verso il mare: famiglie su ogni tipo di mezzo a motore e che ogni tanto guardano in maniera perplessa e stranita una donna che guida con un uomo accanto.
Dopo aver attraversato i Dardanelli su un ferryboat arriviamo a Çanakkale, una città che sembra ferma agli anni ’80 per scenari e interazioni umane, con tanto di cavallo di Troia utilizzato nell’omonimo film con Brad Pitt, che svetta sul lungomare. Nonostante tutto risulta piacevole passeggiare qui soprattutto quando, attirati dal suono di un flauto e di alcune percussioni, ci ritroviamo ai festeggiamenti, tipicamente turchi, di un matrimonio in un giardino pubblico.

8 agosto
In una starda poco lontana dal mare a Çanakkale c’è un hamman. L’ingresso non è allettante come nelle foto viste in giro ma l’esperienza è da fare nonostante sia gestito da due fratelli che non seguono alla perfezione il rituale e che si infervorano per il calcio italiano gridando nomi a caso di giocatori. Sauna, doccia, massaggio per un po’ di relax che male non fa in previsione dei molti km che percorreremo.
Continuiamo la giornata dal mood rilassato al mare a Troia, evitando volutamente i resti archeologici che risultano essere un bluff, con riproduzioni del cavallo un po’ ovunque e ci dirigiamo, invece, verso una spiaggia consigliataci da un ristoratore che ci disegna una mappa del posto sul momento, dandoci come punti di riferimento un ponticello e un albero. Il tragitto è incantevole, distese di girasoli – mai visti così tanti, tutti insieme – a destra e a sinistra fino ad arrivare alla spiaggia accolti dal profumo del pesce appena pescato messo ad arrostire. Una paio di famiglie al massimo, ma numerosissime, donne che si bagnano vestite, bambini che giocano a calcio creando la porta con le tipiche due lattine. La presenza straniera e soprattutto occidentale viene avvertita: veniamo osservati con curiosità soprattutto dai più anziani. Noi restiamo un po’ a prendere il fresco e a bagnarci nell’ultimo tratto dei Dardanelli che si tuffa nell’Egeo.
Torniamo a Çanakkale a prendere Gianca all’aeroporto, nuovo membro del viaggio, perfetto nostromo. Quattro ore di viaggio tra montagne altissime a picco sul mare e sulle isole greche. Col buio intorno arriviamo a Bergama.

9 agosto
Si arriva all’acropoli di Bergama percorrendo una strada di montagna stretta e tortuosa, dalla cima si vede un lago grande con un’isoletta deserta nel mezzo. L’impatto visivo dei resti della città è impressionante anche se il grande assente resta chiaramente l’altare (visto al Pergamonmuseum di Berlino) ma paradossalmente il suo non esserci non pesa poiché i resti sono frammentari mentre il museo lo ha, in una qualche maniera, preservato dall’oblio e dalla cattiveria del tempo.
Lasciamo Bergama diretti a sud, verso Izmir che contrariamente alle mie aspettative soprattutto, risulta essere una città bruttissima, un inferno di cemento afoso e delirante dai numerosi sobborghi sulla collina cresciuti come funghi dopo la pioggia e che assomigliano in tutto e per tutto a favelas. Izmir sembra essere calata in un’atmosfera anni ottanta dove i grandi palazzi e i grandi alberghi che si affacciano sul lungomare e una popolazione che pare essere molto occidentalizzata, sbattono pesantemente contro la realtà di una miriade di abitanti poveri e non inseriti in società, contro la puzza del bazar e delle strade secondarie, contro i bambini che sfuggiti per qualche ora al giorno ai sobborghi, nuotano nelle fontane pubbliche o nell’acqua putrida del porto.
Riprendiamo la macchina dopo qualche ora e proseguiamo verso sud alla volta di Selcuk, un villaggio incantevole poco lontano dal mare, con un’ospitalità genuina e mai asfissiante, cibo buono, gioielli incantevoli. E le stelle sopra di noi sulla terrazza dell’ostello prima di andare a dormire.

10 agosto
Su una collina di ulivi che si alternano a macchie di erba bruciate dal sole si estende Efeso, sito archeologico enorme, più bello di quello di Bergama che attraversiamo scansando le solite comitive di turisti italiani MSC con numerino attaccato accanto al coccodrillo Lacoste. La facciata della biblioteca è maestosa e imponente come la strada che dall’agorà conduce in cima al secondo teatro. La percorriamo tutta sotto il sole cocente e da lì ci spostiamo verso un altro sito, meno affollato a mangiare gozleme tra venditori di frutta e il suono assordante delle cicale.
Ci rimettiamo in macchina alla volta di Pamukkale, di nuovo strade dritte che dal mare penetrano la Turchia fin nelle sue viscere. 200 km e ci ritroviamo alle porte di una necropoli gigantesca, quella di Hierapolis. Attraversata tutta, il sole ancora alto, arriviamo al famoso sito termale, che lascia senza fiato. Mai visto niente del genere. Vasche naturali, di travertino e calcare, di un bianco accecante, piene d’acqua riscaldata dal sole, che incastrate l’una dentro l’altra arrivano fino a valle. Al tramonto il sole arancione si riflette sul bianco delle pareti della montagna dipingendola di colori impossibili da catturare e riprodurre. Al buio ripercorriamo le vasche e la necropoli e le nostre ombre sulle pareti illuminate poco sembrano enormi.

11 agosto
1000 km, 10 ore di viaggio. La partenza dal piccolo villaggio di Pamukkale, Asia Minore, fino al nord, di nuovo nella caotica Istanbul. In mezzo strade dritte alcune volte difficilissime da percorrere, tra montagne rosse e il nulla.
Partire da un villaggio di 400 abitanti e arrivare a Istanbul dopo aver attraversato i suoi interminabili sobborghi che sembrano una esplosione senza fine di case e persone. Scorrere la mappa con il dito partendo dal sud e arrivare sul Mar Nero. Pompe di benzina deserte, villaggi che distano anche 100 km l’uno dall’altro, fermarsi in un città perfettamente a metà cammino al centro della Turchia e notare come anche i più giovani, non si rivolgano mai direttamente a te in quanto donna insieme a due uomini.
Alle 20.30 arriviamo ad Istanbul, l’ultima cena, anche questa volta squisita, all’inizio del Ramazan.
Tutti e tre stanchi ritorniamo al nostro parco a chiacchierare di tutto e a ridere mentre la città vista dall’alto sembra placida e silenziosa.

12 agosto
Fa caldo l’ultimo giorno a Istanbul e la stanchezza dei giorni precedenti ci resta attaccata addosso. Salutiamo Gianca accompagnandolo al bus per l’aeroporto e iniziamo a passeggiare ancora una volta a Beyoglu, tra negozi non ancora visti e alcune gallerie indipendenti tutte nelle vicinanze. Il pranzo è di nuovo dalla signora di qualche giorno fa, sorridente e disponibile come sempre. E mi fa sorridere pensare a come ogni volta riusciamo a creare le nostre piccole consuetudini ovunque nel mondo.
In serata arriviamo all’aeroporto anche noi, con il livello di nostalgia che aumenta proporzionalmente all’allontanarsi dalla città. “C’è il ponte” e per un breve tratto siamo di nuovo nella parte asiatica di Istanbul mentre il centro con i suoi palazzi sfarzosi e le sue strade si allontana inesorabilmente.
L’odissea del rientro in Italia meriterebbe un racconto a parte, non solo per le ore di attesa nel cuore della notte, in area internazionale senza poter “rientrare” in Turchia, ma per le mille piccole storie più o meno interessanti che si sono dispiegate davanti ai nostri occhi.
Restano i dieci giorni che sono serviti a capire una parte di mondo e molto di sé. A capire quali sono i propri limiti e scoprire nuovi metodi per poterli superare e farne bagaglio.
Restano gli odori, i sapori, le sistemazioni, i 2000 km, da Nord a Sud, lungo l’Egeo e fra le montagne e ritorno.
Tutte quelle mille piccole cose che frullano nel cervello e che ballano negli occhi poco prima di addormentarsi da un paio di giorni.
Aver fatto un viaggio importante e portarsene dentro i segni, intimi e difficili da spiegare, come un segreto da custodire.

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