Riportando tutto a casa – Istanbul

3 agosto
Alle 3 del pomeriggio il sole è altissimo in Turchia, il mare è nero, quasi untuoso e l’aero inizia ad atterrare tra acqua e case mai più alte dei minareti. Siamo ad Istanbul, caldo umido, controllo passaporti, ragazze in shorts e top, ragazze interamente coperte di nero, tranne per gli occhi che non sfidano mai ma che tutto osservano.
La città nel pomeriggio è più di una babele confusionaria, il caldo è asfissiante e l’odore del kebab eternamente bollente, è nauseante.
Prima tappa involontaria è il Gran Bazar, all’orario di chiusura, inverosimilmente calato nel silenzio, rotto solo dal rumore dell’acqua che scorre sul pavimento messo a lavare dai bottegai che continuano ad invitare a comprare i pochi presenti, a poco prezzo, in quasi tutte le lingue, tappeti e anelli uguali a tanti altri.
Appena fuori ci ritroviamo di fronte ad una piccola moschea, il silenzio è sconcertante. Tolgo le scarpe e compro testa e braccia: una donna interamente coperta, approva sorridendomi. Ricambio il sorriso. Succederà spesso.
Mangiamo seduti per terra accanto ad una famiglia di Zanzibar tutte donne accompagnate da un solo uomo, sono cordiali ed eleganti nei loro abiti colorati mentre portano alla bocca, con una sola mano, sempre la stessa, il cibo speziato.
Passeggiando per Sultanahmet che inizia a svuotarsi di turisti, arriviamo alla Moschea Blu. Lascia senza fiato. Pareti, colonne e archi ricoperti da maioliche turchesi e blu fino ai toni del verde più brillante. Minuscole finestrelle sulle cupole, rifiniture d’oro e tappeti sui toni del rosso. Le donne in fondo a pregare separate dagli uomini più avanti accovacciati. Neonati che vengono lasciati liberi di gattonare, bambini con il capo coperto che imparano a genuflettersi. E’ imbarazzate disturbare la preghiera che continua nonostante la nostra presenza.
La sera scorre lenta lungo il il Bosforo, mentre la sua brezza rinfresca l’aria e accarezza i capelli e la pelle.

4 agosto
Nella confusione di Sultanahmet e del porto, più forte di tutto c’è il richiamo alla preghiera che scandisce le parti della giornata. Centinai di persone corrono verso l’ingresso delle moschee mentre i muezzin intonano il richiamo, un botta e risposta ipnotico tra i minareti, che ci cattura mentre osserviamo la fretta di chi ha fatto tardi e si toglie le scarpe ancora camminando, qualche metro prima dell’ingresso. Finita la preghiera resta l’aspetto sociale, gli uomini discutono, le donne continuano a pregare e alternano le genuflessioni alle chiacchiere, i bambini imparano a camminare.
Visitiamo il Palazzo Topkapi e la Cisterna della Basilica, il primo troppo turistico la seconda fresca e perfettamente geometrica , con le teste di Medusa alla base delle colonne, montante di fretta e al contrario per timore di essere pietrificati dal suo sguardo.
Si mangia benissimo a Istanbul e con poco. Tutte le varietà di verdure, freschissime da accompagnare ai sapori forti delle spezie, a tè e yogurt liquido. Dolci squisiti al miele e al pistacchio. Nelle stradine strette e in salita di Beyoglu, tavolini di legno sotto palazzi in stile liberty, dagli appartamenti con le finestre spalancate, proviene musica e vociare. Feste chiassose, parole che si mischiano alle nostre, alla confusione delle strada, ai venditori ambulanti, alle continue contrattazioni.

5 agosto
Quando le nuvole sono cariche di pioggia Istanbul inizia a cambiare colore. Diventa grigia ma paradossalmente più limpida. Il Bosforo è luminoso, le moschee ancora più imponenti.
Passeggiando ci ritroviamo di fronte all’ingresso dell’Istanbul Modern, un hangar industriale rimesso a nuovo che contiene tutto l’interessantissimo panorama delle videosperimentazione turca e un piano intero dedicato ad una esposizione di moda avveniristica unita a lavori di videoarte eccezionali. Grandi finestroni d’acciaio che danno sul Bosforo trafficato e colmo di battelli nonostante la pioggia.
Progettiamo itinerari che continuamente disattendiamo tutte le volte che veniamo incuriositi da altro: l’università incrociata a causa di un’uscita sbagliata dal dedalo di viuszze in prossimità del Gran Bazar; una stradina in discesa non appena ci lasciamo alle spalle la confusionaria Taksim. Ed è qui che ritroviamo un pezzo di Prenzlauer Berg a Istanbul: un quartiere incantevole dalle architetture che sono un mix tra liberty e mitteleuropeo, localini e negozi di design. E poi una scalinata – ripida come tutte le altre – che porta ad un parco giochi e Istanbul si rivela in tutta la sua naturale meraviglia totalmente inaspettata: ragazzi stesi sul prato a bere, fumare e chiacchierare, Sultanahmet lontana ma con le sue moschee illuminate e imponenti, la torre di Galata e il Bosforo nero che riflette le luci intorno. Noi, una serata delle nostre, ad Istanbul però. Nel preciso instante in cui sentiamo di essere entrati in contatto con lei.

6 agosto
L’ultimo giorno effettivo a Istanbul, scorre lento e rilassato. Il sole a picco sulle nostre teste e il caldo asfissiante rallentano i movimenti ma ci sentiamo abbastanza parte della città da non avvertire l’esigenza di doverla rincorrere. Ci facciamo trasportare dalle strade e dalla funicolare fino alla torre di Galata con le viuzze intorno zeppe di negozi di strumenti e di abbigliamento. A gesti ci facciamo capire dalla padrona di una tavola calda che non parla una parola d’inglese ma che ci serve piatti squisiti pieni di colori e di sapori. Altrettanto a gesti riusciamo ad assaporare in pieno la famosa meza, piatto pieno di tutto, speziato e profumato. Senza sbagliare strada nemmeno una volta – a parte la deviazione verso un negozio fantastico dal quale uscirò con la collana più bella del mondo – torniamo nel parco della sera precedente tra i bambini che giocano con i gatti e i ragazzi che bevono e chiacchierano sul prato. Sultanahmet è sempre lontana ma i contorni delle moschee e dei palazzi sono vividi e riempiono il cielo nero. Il venticello fresco ci ritempra e ci infonde energia. Domani inizierà la seconda parte del viaggio, in macchina lungo la costa dell’Egeo e ritorno. Restiamo seduti dieci minuti in più.

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