Alto, fragile

Per molti giorni ho chiuso negli scatoloni una quantità enorme di cose accumulate in due anni. Mentalmente. All’atto pratico è stata una operazione di due sere, queste ultime due e l’ho fatta malissimo, senza cura, di fretta come a voler seminare una casa che ormai non era più mia e contemporaneamente provando ad arginare il malessere che mi procura vedere disordine intorno a me. Per ogni oggetto messo da parte è aumentato l’eco e il freddo si è fatto più cattivo, di quello che ti entra prima nelle ossa perché non ha altri posti, altri luoghi, altre cose dove incunearsi. Era un freddo di quelli che ti fa svegliare nel cuore della notte, l’ultima in quel letto, e ti fa dire quasi in lacrime stringimi ancora di più, sto morendo di freddo ed era il freddo delle pareti spoglie, prive di tutte le cose che abbiamo accumulato in due anni, pareti che sono diventate brutte, più cadenti del solito, mensole curvate a reggere ora solo la polvere. Abbiamo bisogno di cose per proteggerci dall’eco e dal freddo, per sentire i tetti e le pareti alte delle case di Napoli meno imponenti e più familiari nella precarietà delle sistemazioni. Abbiamo bisogno delle cose per fare di quattro pareti e di una finestra la casa più bella del mondo, perché è piena di noi. Abbiamo bisogno delle cose per creare immagini mentali che servano ad orientarci ad occhi semichiusi nel buio della notte. Quella che è stata la nostra casa per due anni ora è un deposito di scatoloni pesanti, quella che sarà la nuova e tutta nostra casa, aspetta solo noi e le nostre cose per prendere vita. In mezzo non c’è nostalgia, solo attesa.

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