Più di quanto

Ogni tanto mi rileggo. Mi rileggo di più, scrivo di meno. Ché di scrivere mi va sempre a corrente alternata e che le cose che vorrei dire ce le ho tutte dentro ma non riesco a dirle (banale). E quando le pronuncio perdono di senso, di valore, si svuotano della bellezza, della paura. Si svuotano e basta.
(Per questo i libri si devono leggere solo con gli occhi, perché le parole pronunciate, automaticamente non ci appartengono più e il tono che volevi dare ad una frase, per quanto tu possa essere bravo con la punteggiatura, non è mai quello di chi la legge. Non leggete ad alta voce alle presentazioni dei libri, le pagine dei libri che presentate. Non fate leggerle ad altri, non leggetele voi. Ché il rapporto con la parola scritta è una cosa uno a uno, pieno di ostacoli per le eventuali intromissioni).
Rileggo quello che ho scritto e mi accorgo che deve sembrare banale letto da fuori, ma tant’è. Banale, se volessimo utilizzare un metodo di tag, sarebbe la parola che più ricorre nelle cose che scrivo. Inquietudine forse lo è di più. Però è un tag impalpabile, non sempre esplicitamente scritto, ma presente sempre. Se i tag fossero un sistema più intelligente o forse lo sono già e io non lo so, l’inquietudine sarebbe segnalata più e più volte.
Rileggo più di quanto stia scrivendo e resto in silenzio quando lo faccio fino a quando non mi si secca la bocca e a me si secca sempre quando sto zitta e leggo e scrivo di meno di quanto legga.
Inquieta anche a maggio, con i fiori e l’aria calda e ho letto tra le cose vecchie che l’inquietudine non è necessariamente un male: serve a stare sospesi, come in acqua. Ed è un dato di fatto. (Banale).

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7 pensieri su “Più di quanto

  1. Riconoscere i propri limiti (in questo caso evidenti) è la principale forma di intelligenza umana… Ugo, io ti stimo moltissimo :-)))

  2. Comunque, secondo me per migliorare il proprio modo di scrivere, intrerpretare ad alta voce uno scritto altrui sarebbe utile, se non necessario.Lo scrivere è musicalità, quindi ha regole (non scritte) quasi ferree, dal mio punto di vista non è vero che le parole non ci appartengano più una volta pronunciate, anzi il contrario. Gli antichi questo intendevano (almeno in parte) con il detto, verba volant scripta manent, se le parole non volano, come note musicali, si è scritto solo delle porcherie illegibili o banali. Poi tutti dobbiamo rinunciare ai nostri “sogni di gloria”: Rimbaud ha scritto solo dai 16 ai 21 anni, Keats è morto a 25, Mishima ha scritto il primo romanzo a 16 anni (ma lui è proprio una eccezione, di solito per i romanzieri è necessario aver vissuto, almeno un pò). Dovresti trovare la tua musicalità, cioè il tuo stile, e lavorarci sù come un impiegato dal culo di ferro, instancabile e pedante, scrivere è un lavoro, se pensi di non riuscire a vincere la nausea che ti può dare (il lavoro dello scrivere, non lo scrivere in sè) tanto vale rinunciare, forse più avanti ti verrà la voglia di resistere.Cara, spero di essersi stato utile:-))))

  3. Che poi a me piacciono un sacco le cose “semplici e banali” perché mi danno sicurezza ma sono vittime di una campagna denigratoria che va avanti da tempo.
    E tra l’altro non sto decidendo di smettere di scrivere: è la malattia del secolo, ti vengono in mente delle cose, banali, e le scrivi 🙂

  4. La questione non è di scrivere cose banali, anche Cechov scriveva di cose banali, ma è lo stile, in Cechov è più importante quello che i personaggi non dicono.Bukowski ha fatto una carriera scrivendo solo di bevute, sesso e corse dei cavalli. La vita è banale, non è un film di Oliver Stone, è piena di punti morti. Ma cosa si condensa in quei punti morti?Noia, invidia, sessualità morbosa, violenza,tenerezza universale… Lo si tira fuori con lo stile. Tesoro, lo stile è tutto. :-))))

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