(A Berlino) con mamma e papà

Berlino è un’immagine ogni volta diversa dalla quale si irradiano tante altre immagini che più delle foto – che scatto sempre meno – servono a fissare il ricordo.
Berlino è l’antenna della televizsione ad Alexanderplatz la prima volta: “Vuoi vedere una cosa incredibile? Ci vuoi salire?” Qualche secondo e sei sopra con un giubbotto rosso trapuntato da bimbetta tardo anni novanta, su una pedana che gira piano.
Berlino è il marciapiede della Weinerei ad agosto, un po’ brilli e l’aria fresca delle parole nostre e di chi ci sta intorno.
Berlino è la neve da dietro ai vetri una mattina di marzo e la Sprea ghiacciata una notte dopo la classica fabbrica riqualificata a dancefloor.
Berlino questa volta sono i miei che ballano, come se fossero a casa loro nei posti dove il sabato sera vanno a ballare il liscio con gli amici, su una pedana montata sulla riva della Sprea alle spalle del Bode Museum mentre io parlo di loro, che hanno aspettato la canzone perfetta per andare in pista, con una sconosciuta che beve vino accanto a me.
La quarta volta a Berlino è come la prima con mamma e papà solo che questa volta sono passati 15 anni e un sacco di cose in mezzo.
Viaggio post tante cose e viaggio per ripercorrere il vale dei ricordi: la flânerie, che pure è un tratto tipico di famiglia, questa volta non può essere la strategia ufficiale. “Dove andiamo e cosa vediamo ora” sono interrogativi che necessitato sempre di risposta: quando sei per un fine settimana lungo in una città grande con quell’ansia che hai di far rivedere loro pezzetti d vita passata che sono sparsi ovunque a Berlino, ti devi dare delle scadenze e mantenere un ritmo che non sia né troppo serrato né troppo rilassato e allora, conciliare la tua Berluno con quella di mamma e papà può diventare compicato. Però se c’è un altro tratto tipico di famiglia, sicuramente è quello di creare in un attimo delle consuetudini ovunque, anche qui. E questo è in definitiva l’approccio più riuscito e funziona sempre anche quando sei in viaggio con mamma e papà e quando te ne rendi conto il gioco è fatto e Berlino si lascia di nuovo vivere ed esplode come ti ricordavi e il cielo è quello che ricordavi e l’aria anche e le inteazioni sociali pure, sulle sedie a sdraio, sui prati e ai tavolini lungo i marciapiedi alberati.
I “qui era dove e qui era quando” si alteranno ai silenzi e basta menrte ascolti il silenzio di Prenzlauerberg il sabato pomeriggio e quello di Bebelplatz la domenica mattina mentre alcuni ragazzi lasciano la bici per entrare nella facoltà di giurisprudenza con le loro shopper di stoffa colorata sulla spalla.
Abbiamo seguito la scia di un ricordo, vivo ma un po’ lontano per mio padre, totalmente confusionario per mia madre, evocativo per me, e tutti e tre ogni volta abbiamo visto qualcosa di nuovo e ci abbiamo visto dentro qualcosa di nuovo come solo una sensazione vissuta e poi rivissuta può essere. E il cielo, che doveva essere carico di pioggia secondo le previsioni, non ha mai virato oltre il grigio chiaro regalandoci attimi di blu intenso vicinissimo alle teste. E poi la luce, quella luce, che alle 10 è ancora viva, e se lasciamo la musica leggera e il brusio e il rumore di bicchieri di vetro è solo perché domani vogliamo camminare e vedere ancora. E vale anche solo la pena tornare per ascoltare il rumore dei passi e solo quello e ogni tanto il rumore di una bici che passa sul selciato delle strade intorno Frankfurterallee senza intultili domande, di quelle che solo a sera si fanno, quelle domande che iniziano con “Allora” pausa “come state?” perché tanto già lo sai.

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