Cose estive/3

Sono seduta alla scrivania che è qui da undici anni e guardo fuori, guardo le gambe stese sul letto guardo il computer e poi di nuovo fuori, di nuovo le gambe, di nuovo il computer, come sempre, mentre mia madre lava i piatti e mio padre dorme. Tutto è uguale a come è stato in questa casa per undici anni, i rumori, le cicale, le urla delle ragazze al piano di sopra, il pantaloncino e la maglia che ho addosso, gli stessi di un anno, due anni, cinque anni, dieci anni fa. Maglia e pantaloncino che non sono miei ma forse di mio fratello G. o forse di mio fratello L. Ed è lui che aspetto in questo pomeriggio di fine agosto, aspetto che torni da lavoro dopo il turno massacrante che lo costringe a svegliarsi alle quattro. E mi accorgo di aspettarlo perché l’indolenza, i rumori, i suoni sono quelli dell’orario in cui lui, una settimana sì una settimana no, ritorna dal lavoro massacrante e sempre uguale. Tranne in questo mese. Lo vedrò domenica, la sera tardi per qualche ora. Ma la domenica è un giorno anomalo in quanto a consuetudini: ha le sue che sono diverse da quelle della settimana. La domenica è un giorno inutile se hai delle consuetudini da dover rispettare.
Sono qui dai miei, da un mese, e anche con la Polonia e il mare in mezzo, è qui che torno da un mese e tutto fa sembrare che io ci sia sempre stata se non fosse per le mie cose sparse nella stanza perché lo spazio per le cose ha ragione di essere solo quando lo vivi quello spazio. E contemporaneamente è come se io non ci fossi mai stata perché all’improvviso l’armadio che ho sempre considerato mio è pieno di piumoni e cappotti e per le mie cose, che con loro hanno sempre convissuto, non c’è più spazio.
Agosto è il mese delle consuetudini perse e di quelle ritrovate che sfrutti per sentirti normale. Agosto quando torni da un viaggio è sonnacchioso privo della spinta che hanno i mesi precedenti quando aspetti qualcosa di bello. Per questo c’è settembre. Per questo ci sono i trench che compri a luglio coi saldi e gli ultimi giorni di agosto sono solo giorni sprecati nell’attesa di poterli indossare.
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