Albania/1

Come ci siamo trovati qui noi lo sappiamo. Lo sapevamo già in primavera quando, gira e rigira, il dito sfiorava sempre questa parte del mondo. – L’Albania è sempre stata quella terra che nelle giornate di cielo limpido si intravedeva oltre l’orizzonte in quel mare bello ma noioso dove non si affonda mai.
Come ci siamo trovati qui se lo devono essere chiesto pure un po’ di albanesi incontrati sulla nave che tornavano con le loro macchine migliori delle nostre, più pulite delle nostre, a trovare i parenti rimasti in patria. (Ci penseranno mai questi albanesi in mezzo al mare come me, alle traversate della fine degli anni 90? Me lo chiedo quando li vedo guardare l’orizzonte nero di notte, appoggiati al parapetto del ponte a fumare troppe sigarette che puzzano troppo).
Viaggiamo con albanesi stabili in Italia che cambiano lingua a seconda che parlino con altri adulti o con seconde e quasi terze generazioni: un continuo cambio tra albanese e italiano che pende sempre più verso l’albanese non appena si inizia a scorgere distintamente Durazzo.
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Durazzo è brutta. Senza tanti giri di parole è una città brutta e mangiata dal cemento, dove i tombini per strada sono quasi sempre aperti e dove un senso di disagio e malessere ci pervade nonostante cerchiamo di trovare o sforzarci di trovare qualcosa di interessante sempre e ovunque. Non riusciamo a giustificare niente. Forse è la prima volta. Forse solo il burek al formaggio mangiato lungo la strada di fronte all’albergo. Di dove siete? Di Napoli. Bellissima. Mio nipote lavora lì. Magari lo conoscete.
Solo il mare è il porto sicuro, con il sole che la mattina dalla nave è spuntato dall’acqua e che ricade di nuovo in acqua forse in Italia, forse dietro la Costiera – ci saranno sempre un est e un ovest di cui appropriarsi – ma che anche quando le spiagge si fanno meno affollate resta sempre un po’ trasandato. Fino alle 7 quando la spiaggia si svuota e il sole lascia una scia di lucentezza lunga più di otto ore sulla superficie dell’acqua.
Durazzo e la strada verso Tirana sono un continuo susseguire di benzinai a prezzi bassi, autolavaggi a prezzi bassissimi e macchine grosse pulitissime. Ogni bar, ogni tavola calda o in generale ogni posto in cui c’è un tavolino, sono il ritrovo di una o più persone che bevono caffè o birra. Se dovessi banalizzare con una frase i primi due giorni qui, sarebbe più o meno: un popolo di maschi che lava la macchina e sta ferma al bar.

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Che Tirana sia la capitale lo si vede dal ritmo, dai palazzi dalle persone e da come sono vestite. Le strade del centro si incrociano quasi tutte perfettamente creando isolati che si reggono su negozi, nessuno degno di nota, bar uno di fianco all’altro, tutti in piena attività, tutti almeno una una persona seduta al tavolino.
Ci sono parecchie donne che lavorano per strada, lavori che poi chissà perché ho sempre percepito come maschili: spazzine, giardiniere, venditrici di frutta ma la cosa che salta all’occhio è quanti uomini siano invece fermi a non fare nulla. C’è un mosaico sul Museo Nazionale che esplicita questa visione, una sorta di Quarto Stato dove la donna in primissimo piano ha un fucile in mano al posto del bambino. La sensazione non è sgradevole ma D. più tardi, mi offre uno spaccato di vita reale sia guardando il rapporto con suo marito A. sia parlandomi di poesie albanesi che raccontano di come l’uomo è sotto le stelle a brillare e le donne a lavorare.
A Tirana siamo nel Biloku, il quartiere di case basse e molti alberi, abitato prima dai notabili comunisti della città e ora diventato centro della vita, soprattuto notturna di giovani vestiti mediamente bene. Il livello di giovani e hipsteria europea di alza in maniera esponenziale al Radio Café Tirana dove se non fosse per la lingua, sembrerebbe di essere a Berlino o a Parigi o in qualsiasi altra capitale, per abbigliamento, atteggiamenti, scelta di alcolici. Dove fossero queste persone per tutto il resto del tempo, non lo sapremo mai.
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La città è interessante ma non memorabile, un misto di edifici di inizio novecento ad architetture di stampo socialista. Tutto ruota intorno alla gigantesca piazza Scandelberg: pochissimi alberi, cemento bollente e un sole che ci fa camminare con gli occhi strizzati per due giorni. Mangiamo bene a Tirana approcciandoci prima in maniera soft e poi decisamente hard alla cucina albanese: ci sono più di 30 gradi e siamo nella sala da pranzo di una signora che non parla una parola di italiano, figuriamoci di inglese, insieme ad un amico albanese a mangiare cervello, lingua e milza il tutto accompagnato da rakjia.
Si chiacchiera molto con le persone a Tirana e quelle più loquaci sono quelle che vogliono parlare in italiano: le incontriamo ovunque e tutte sono molto disponibili e tutte vogliono sapere cose ne pensiona della città e del paese e un po’ cercano di scandagliare le nostre espressioni per capire il perché di questa scelta. E per la prima volta da quando viaggiamo, uno degli albergatori che incontriamo ci risponde “dipende dai punti di vista” e con tutta la franchezza del mondo, alla nostra domanda se valesse la pena andare a visitare un posto che avevamo segnato di vedere.
E questa cosa un po’ ci spiazza.

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