Un giorno al lago di Ohrid (intermezzo macedone)

Se ti piace la montagna, l’Albania ti farà impazzire.
Io questa cosa delle montagne non l’avevo tanto presa in considerazione, le montagne proprio in generale non le prendo molto in considerazione.
E in Albania si passa dal livello del mare a più di mille metri, così tra una chiacchiera e l’altra in macchina, direzione Macedonia. In mezzo c’è tutto: esci dalle città, aumentano gli autolavaggi, poi diminuiscono di nuovo e lasciano spazio alle strade dissestate che poi diventano sterrate e passano in mezzo al nulla ma sempre in mezzo ad un paio di bar – e intanto si sale e devi scalare alla quarta e alcune volte anche alla terza – ricominciano gli autolavaggi e aumentano le persone e contemporaneamente le mucche e le capre per strada e poi gli uomini che vendono galline ancora vive tenute per il collo, galline ma anche anatre, galline, anatre ma anche conigli, vivi, tenuti per le orecchie e mostrati ai guidatori fermi nel traffico di Elbasan – dovete sempre per forza passare da Elbasan e sarà sempre così venendo da nord, venendo da sud, tornando dalla Macedonia – diminuiscono le persone, aumentano i metri di altezza, alziamo i finestrini, l’aria diventa fresca, le montagne si fanno rosse e piene di alberi, le curve sempre più a gomito, le gole più profonde, i corsi dei fiumi in mezzo più limpidi, e poi il lago di Ohrid che per un pezzetto è albanese e il resto macedone che sbuca così, dietro una curva, senza avviso, preannunciato solo dal cartello della dogana macedone quasi imminente.
Passare le frontiere in macchina ha qualcosa di eccitate, almeno per me è un misto di paura e adrenalina, unito allo scetticismo di quanto una linea del tutto arbitraria possa segnare la fine di un paese e l’inizio di un altro. Più avanziamo verso Struga, la prima città che si incontra varcato il confine macedone, più aumentano i negozi che vendono materassini, ciambelle e coccodrilli di gomma, tutti dai colori perfettamente integri: il sole qui non è forte. Costeggiamo il lago, enorme, scansando intere famiglie in costume e arriviamo nella città di Ohrid. Mi piace un sacco Ohrid, la gente è allegra e ha i segni del costume evidenti, la pelle molto arrossata ma sembra non curarsene.
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Il sole c’è ma il vento è freddo ed è così che ci si scotta, lo sanno tutti. La città è costruita intorno ad un lato del lago e si sviluppa in alto, lungo strade di basalto scivolosissime anche senza pioggia, figurati con l’umido e in inverno. Da quasi tutte le discese ripidissime – dammi la mano – si scorge il lago nero di notte che riflette la luce gialla della città. Il vento freddo sulla sua sponda mi schiaffeggia, le barchette adagiate sul canneto ma senza esserne risucchiate, roteano su loro stesse, piano, i pontili scricchiolano sotto i piedi e l’ultima tavola di legno è sempre quella dove vado a sedermi per sentire ancora più forte il vento. Di fronte l’Albania, a sinistra fulmini dritti cadono in acqua: saranno a chilometri lontani ma sembrano vicinissimi.
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Un acquazzone forte e poi il cielo si fa rosa sopra i tetti in tegole del centro, l’aria è fredda e pulitissima, silenziosa in cima alla Chiesa di San Clemente dove il lago sembra non esserci ma basta stringere un po’ di più gli occhi e subito si intravedono sulla superficie nerissima le lucine gialle delle case e dei ristoranti.
La mattina seguente facciamo colazione in silenzio su una panchina a riva, un cappuccino bollente e un dolce al cioccolato, con l’aria che da fresca diventa tiepida: il vento leggero accarezza le canne, ogni tanto si fa più forte e alza le gonne delle ragazze che vanno a farsi il bagno al lago con la pelle ancora arrossata di ieri.

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