Albania/2

Tornare in Albania significa di nuovo passare frontiere, rispondere alle solite domande, scavalcare montagne, passare dal fresco al caldo soffocante, scansare mucche, passare per Elbasan addormentassi, svegliarsi su un cavalcavia sterrato e accidentato – non ti preoccupare siamo quasi arrivati – e poi ritrovare di nuovo il mare sulla destra, il sole incandescente alle nostre spalle, su un’autostrada iniziata trenta chilometri prima e finita così, senza avviso, in un’ennesima strada sterrata che però porta in città.
Siamo a Valona, non ho ben capito come, ma basta girare un po’ con la macchina e a piedi per rendersi conto facilmente che il problema di questo paese sono gli agglomerati urbani. Palazzi altissimi e non finiti, strade sconnesse, cemento, di nuovo tantissimo cemento, bar e locali uno dietro l’altro.
Siamo direttamente sul mare, mi basta scavalcare una sbarra di ferro per sedermi sugli scogli tra un paio di pescatori. Il tramonto è lento, non c’è molto rumore, si sente distintamente il rocchetto delle canne da pesca e il tuffo dell’amo nell’acqua, poi la tromba di una nave e i passi di qualcuno sulle pietre. La mattina ero tra le montagne altissime di un altro stato seduta ai bordi di un lago, adesso ho i piedi nell’acqua: torniamo sempre verso il mare. Il sole cala prepotente e annulla l’orizzonte, di fronte dovrebbe esserci l’Italia ma non si vede affatto.
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Chiudiamo la valigia ogni mattina, chiudiamo il portabagagli ogni mattina, controllo nella borsa se ho telefono, passaporto e soldi, ogni ora. Scendiamo verso sud. Per farlo risaliamo sulle montagne: di nuovo dal livello del mare a 2000 m, di nuovo giù caldo e aria torrida, su fresco e alberi che da un lato all’altro della strada si uniscono e creano gallerie naturali che oscurano il sole. Attraversiamo tutto il Parco Nazionale di Llogara piano e seguendo la strada fatta di curve a gomito all’ombra di cime erette verso il cielo. E’ uno spettacolo incantevole e anche misterioso, siamo diretti al mare eppure fa freddo, siamo diretti al mare eppure i cartelli ai bordi della strada indicano il pericolo di neve. La montagna è viva, la vegetazione è rigogliosa, l’acqua che sgorga dalle fonti è freschissima. Ogni tanto spunta un tavolo con un ragazzino che vende miele e origano e in effetti ci sono un sacco di api e il profumo dell’origano entra in macchina anche con i finestrini poco aperti.
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Si continua a salire ma poi ad un tratto il panorama cambia: i varchi tra gli alberi si fanno più ampi, gli alberi stessi sono diversiva all’improvviso l’azzurro perfetto del cielo è interrotto dal blu del mare e dal giallo accesso della sabbia. Alle nostre spalle la montagna impervia, sotto di noi il mare, più in là Corfu. Inconsciamente acceleriamo un po’ e di nuovo dai 2000 m torniamo al livello del mare: piccoli paesi tra le curve, tetti e porte dipinti di azzurro, qualche scritta sui muri in greco, mentre sulla destra scorrono le spiagge.
Arriviamo a Porto Palermo attirarti dalla laguna e dalla fortezza di Ali Pasha sulla collinetta verde in mezzo al mare, dimenticandoci che è qui che volevamo andare all’inizio. Restiamo tutto un pomeriggio a goderci tutta la bellezza che c’è nell’acqua limpidissima, nel sole che riflette sul mare e ci rende brillanti, nel profumo del pesce pescato e cucinato alle nostre spalle, nel profumo di finocchietto, origano, camomilla e menta che sento quando vado a nuotare al largo dopo le 6. Le gambe sott’acqua diventano dorate e i pesci mi solleticano i piedi. Arrivo ad una chiatta oltre il castello, ci salgo, giusto il tempo di passare dall’affanno al cuore che batte di nuovo normale e poi mi rituffo ad occhi aperti e mi faccio inghiottire dalle diverse gradazioni di blu del mare. Riemergo nel sole del tramonto e nell’odore di menta.
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La sera siamo a Saranda, l’ennesimo centro abitato che ci delude nonostante il mare dal balcone e Corfu ancora più vicina. Il giorno dopo scendiamo ancora più a sud e arriviamo senza accorgercene a pochi chilometri dalla Grecia. Butrint è un sito archeologico circondato dal mare, un pezzetto di Albania che si estende verso la Grecia, verdissimo e con squarci sul mare che stringono il cuore. Dai resti e dalla volte sull’acqua si scorge ogni tanto qualche pescatore, il mare è verde come gli alberi, blu come il cielo, restiamo all’ombra a prenderci il fresco a guardare le montagne, le colonne spezzate, il mare, la Grecia dall’altra parte e noi seduti su una panchina di legno.
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Il colore del mare cambia in pochi chilometri, quello tra Ksamil e Saranda va da un verde chiarissimo quasi tendente al bianco ad un blu intenso e brillante. Per andare in spiaggia dobbiamo risalire su una collina brulla e poi scendere a piedi e questa cosa non smetterà mai di stupirmi. Restiamo un altro pomeriggio tra pesce di nuovo appena pescato e cucinato, vento fortissimo e ragazzini che si arrampicano sulle rocce e si lanciano a mare. Il vento porta a riva le loro urla un po’ da esibizionisti, un po’ di paura.

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