Albania/3

Dal mare ritorniamo in montagna, ormai ci sembra quasi naturale passare da 0 a più di mille metri nel giro di qualche ora. La montagna è di nuovo diversa, le curve sono sempre a gomito, ho i capelli ancora bagnati e fa di nuovo freddo.
Arriviamo verso le 7 a Syri i Kalter (l’occhio blu) una sorgente carsica a metà tra il mare di Saranda

e la cittadella di montagna di Gjirokastra. Da questa sorgente immersa nel bosco, l’acqua sgorga fortissima e se non fosse per l’aria fresca che si poggia subito sulla pelle, sembrerebbe ribollire. E’ verde blu e il movimento sotterraneo della sorgente crea una serie di cerchi concentrici che si espandono sempre più grandi su tutta la superficie. Perdiamo per un po’ la cognizione del tempo fermi a guardare l’acqua cangiante e a sentirne il rumore.
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Quando ci rimettiamo sulla strada è buio, ci sono solo la luna e le stelle e i fari delle macchine nella direzione opposta alla nostra. Il cielo alle nostre spalle – verso il mare – è ancora un po’ rosa.
Gjirocastra è una fortezza su una collina impervia sulla quale si arriva a piedi, il castello è sulla cima più alta e tutto intorno case con il tetto di tegole rosse. Siamo al centro di una grande vallata circondate dalle stesse montagne che abbiamo attraversato per arrivare qui ma la vista è interrotta anche ora da palazzi in costruzioni ma molto più probabilmente non finiti, tutti fuori scala rispetto al centro. Ci sediamo su un marciapiedi e mangiamo un paio di burek a testa che sostituiscono colazione e pranzo, l’uomo che ce li incarta lo fa con un’attenzione maniacale e commuovente insieme. Sono squisiti.
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Chiudiamo valigie, chiudiamo portabagagli, controllo se ho passaporto, telefono, soldi e siamo di nuovo tra le montagne di Tepelene, una strada dritta tra due file di montagne ocra, piccoli insediamenti qui e lì e poi un fiume.
Io non avevo mai fatto il bagno al fiume. Arriviamo sulla riva e in in 5 minuti risalgo alla macchina, infilo il costume e sono in acqua. Un acqua gelida che non lascia sale sulla bocca che lecco e mi disseta. Un senso di meraviglia che mi pervade ogni volta che vado sott’acqua e riemergo. Mi muovo più del normale con le braccia e con le gambe, la corrente è fortissima e in un attimo trascina via. I ragazzini si fanno trasportare fino ad una curva dietro una roccia, poi nuotano controcorrente con uno sforzo enorme alzando tantissima acqua e si fanno trasportare di nuovo. Sotto gli alberi gli uomini bevono birra dalle lattine e le lasciano a terra, qualche donna gioca a backgammon con uno dei figli e beve coca cola.
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Il giorno dopo siamo di nuovo a Durazzo dove dilatiamo il tempo al mare, prima su una terrazza senza musica e poi su una spiaggia di acqua dorata al tramonto, per leggere, ascoltare, ridere e guardare le spose che vengono a farsi fotografare a riva incuranti dei loro vestiti bianchi, al contrario delle damigelle che alzano i loro lunghi vestiti fucsia, tutti uguali, e affondano tacchi con plateau troppo alti nella sabbia.
Alle 5 di mattina sono sul ponte della nave del ritorno, l’Italia è ancora una terra buia, l’Albania è un fuoco rosa che si accende piano. Guardo a sinistra e poi a destra le luci accese delle costa pugliese.
Alle mie spalle scoppia l’alba mentre mi cadono sulla testa stelle che affondano nel mare nero. Contemporaneamente.
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