Cose da 8 marzo

Mia mamma ha scoperto whatsapp da poco e lo usa male o meglio lo usa come una mamma e insieme come una ragazzina di 15 anni. Le avranno inviato su uno dei tanti gruppi di cui fa parte (la palestra, la chiesa, il gruppo della pizza, le catechiste, moltissimi gruppi, più di me) una foto con una mimosa e una rosa. E l’ha girata a me. Avrei voluto dirle “Mamma ma ti sembra il caso?” “Mamma ma come ti viene?” “Mamma ma ti sembra il caso, ma come ti viene? E poi questa foto è pure brutta”. Ma ho risposto con un sorriso e basta, un po’ perché dovevo lavorare, un po’ perché sarebbe stata una polemica inutile e l’avrei ferita con qualche frase intransigente che ho imparato a tenere per me. Per il quieto vivere di tutti.
Mia mamma sorride ma un po’ muore dentro quando al telefono mi dice “Il cuoco che ha preparato stasera?” Riferendosi al fatto che a cucinare a casa sia tendenzialmente lui e poco le importa se l’automatismo che abbiamo fa sì che se ne occupi lui perché non ha orari fissi da rispettare, che lo fa oltretutto con più piacere di me, perché lo fa sapendo di evitarmi una cosa che, la sera soprattutto dopo una giornata in ufficio e in treno, mi annoia terribilmente.
Mia mamma è una donna buona ma è una donna del suo tempo. Non ha mai lavorato e ha cresciuto tre figli di cui due maschi, servendoli e servendomi anche, in maniera del tutto naturale. Da piccola non ho mai percepito una grossa differenza di genere nel modo in cui accudiva noi e nostro padre. Crescendo, emancipandomi, uccidendo la madre, l’ho vista forte e limpida e ho alzato la voce tutte le volte che ho potuto, tutte le volte in cui anche scherzando qualcuno diceva “tanto lo fa mamma”.
Di chi è la colpa? È di mia mamma. È di chi le disse che a sera voleva trovare la luce accesa al ritorno da lavoro. È del tempo di cui è figlia.
Siamo una famiglia equilibrata ma nessuno mi ha mai detto o insegnato a vivere una vita senza differenze o quantomeno a battermi contro di esse. L’ho imparato dopo, quando ho guardato le cose da una prospettiva diversa. Quando io sono diventata diversa.
Dirle che una mimosa non serve, dirle che volendo tutti quanti siamo in grado di piegarci i vestiti, rifarci il letto, cucinare e pulire il bagno, non serve. Quello che posso fare io è dirle sempre con soddisfazione piena di affetto che c’è qualcuno che cucina per me a casa, perché io sono pigra e neanche così piena di fantasia. E poi quando sarà, far capire a mia figlia o mio figlio che non esistono differenze, che in casa ognuno dovrà fare quello che può in base alla voglia e al tempo che ha, senza chiedere se c’è bisogno di aiuto, ma facendolo e basta. Perché se mia mamma non l’ha mai potuto sapere e io l’ho capito solo dopo, voglio che i miei figli sappiano che non esistono ruoli maschili o femminili ma esistono solo azioni.

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