Cartoline da Bologna e Ferrara

bolognaBologna, una vecchia mi si avvicina sotto ad un portico, blatera di un uomo con il coltellino che attacca le persone e per dimostrarmi come mi afferra per la sciarpa e avvicina la sua faccia alla mia e dice Zac Zac Zac e io resto pietrificata, non spaventa o sconvolta, solo immobile ad ascoltare il suono che fa la sua voce da vecchia bolognese, il suono che fanno la zeta e la esse che sembrano uguali.


Bologna, il cuoco della salumeria che ci porta il parmigiano su un vassoio, tagliato a pezzi grossi “sua maestà il nero” dice prima di poggiarci il tagliere sul tavolo.
Bologna, una donna non più giovane che fuma un grosso cubano, un po’ brilla per davvero un po’ brilla per sostenere il peso della presenza di una ragazza giovane al tavolo con lei e con un uomo che non la guarda abbastanza.
Bologna, i ragazzi che fumano hascisc odorosissima in un parco bello accanto ai bambini che corrono sui monopattini e dondolano sulle altalene, nessuno bada all’altro.
Bologna, il sale a terra a sciogliere la neve ai bordi delle strade, l’acqua gelida che esce dalle fontane pubbliche.
Bologna, due fidanzati giovani al tavolo accanto, che dicono “il pezzo che ho fatto quando ero uno sbarba, lo svago è il futuro, cazzomene, se va bene me ne vado a Miami”. “Sì va bene tutto, ma te le modelle nude non le devi fotografare”.
Bologna, pochissime zeta che assomigliano ad esse, tutti gli accenti del sud tutti insieme, ovunque.
Bologna, la neve a fiocchi grossi fuori dalla finestra.
Bologna, la signora con il visone che chiede il solito al bar, un caffè in vetro mi sembra, e resta mezz’ora seduta al suo tavolino a guardare fuori ferma e immobile, si alza e va via senza salutare.
Bologna, un vecchio col loden che spinge un passeggino di quelli alti sotto i portici vicino piazza Verdi, con un bimbo imbacuccato di cui si scorgono solo gli occhi.
Bologna, il rosa che vira verso il magenta dalle finestre del Mambo, mentre cerco ovunque cieli rosa da fermare in un istante che si cancellerà.

ferraraFerrara, la pianura piatta e nebbiosa con le case di campagna, i campanili all’orizzonte e i campi tutti uguali. Le scene di Deserto Rosso in testa per tutto il tempo.
Ferrara, la gente in piazza e nella corte di fronte al duomo, a fare la spesa al mercato biologico e a far girare i bambini sulla giostra dei cavalli.
Ferrara, i titoli dei giornali che iniziano con “massacro”, il prete dall’altare che prega per le vittime e invoca la redenzione per i carnefici.
Ferrara, il silenzio delle stradine vuote poco prima di pranzo, con l’aria fredda che si incunea sotto il cappotto e i piedi che inciampano nell’acciottolato.
Ferrara, un giardino con una panchina solitaria in mezzo alle foglie gialle e agli alberi, immaginarsi il suono dei baci di chi si è seduto lì.
Ferrara, la zucca dei cappellacci che si scioglie sulla lingua, il ragù che si mischia con il sangiovese.
Ferrara la lunga camminata fino alla stazione, le macchine con le marmitte truccate che sgommano e inchiodano agli incroci, la musica unz che esce dall’abitacolo.
Ferrara, un bimbo magrebino di terza generazione che parla con le zeta che diventano esse, mentre saluta il fratello sull’altro binario.

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