Un paio di cose su Palermo

IMG_0327Ci ho messo qualche ora, un intero pomeriggio praticamente, per iniziare a capire Palermo. Le strade giganti fuori dal centro storico, il traffico impazzito, file di palazzi altissimi, di balconi e finestre lungo i viali a scorrimento veloce. Il centro antico, così apparentemente senza senso, dentro il quale non riuscivo ad orientarmi, dove ogni vicolo stretto sbucava sempre in una strada grande e piena di macchine. C’era qualcosa che stonava tra l’idea che avevo in testa di Palermo e in quello che vedevo. Poi ad un certo punto mi sono scocciata di seguire una suggestione immaginaria e ho praticamente smesso di pensare e ho seguito solo il flusso e le gambe e allora Palermo si è dischiusa in una bellezza disordinata e struggente, fatta non tanto di perfette inquadrature per certi schemi che ho in testa ma di un miscuglio perfetto di tutti e cinque i sensi. E allora passare dai mosaici infiniti e minuziosi della Martorana, mentre gli occhi scintillano ancora del blu del Cristo Pantocratore nella volta più alta della chiesa, al profumo delle stigghiole in mezzo alla Vucciria è stato un attraversamento di sensi e sentire e da quel momento in poi mi sono lasciata solo attraversare da quello che incrociavo, dai palazzi e dalle chiese, dall’imponenza delle cupole e delle torri merlate, dai balconi così spudoratamente barocchi, alle parole di un dialetto che non capisco e che resto a sentire in mezzo alle bancarelle di Ballarò, mentre osservo le persone, le fisionomie scarne dei vecchi come in un film di Ciprì e Maresco, le ragazzine più bambine che altro ancora che litigano ma in realtà amoreggiano a loro modo con i loro coetanei, i due ragazzi africani sull’uscio di una porta a sentire musica rap francese.IMG_0342

Nel bus che ci porta verso casa una donna al massimo di 40 anni vestita completamente di nero – vezzo o vedovanza precoce non lo saprò mai – ride insieme a suo figlio piccolo di una donna che sta per inciampare scendendo alla sua fermata. Ridono sguaiati entrambi e non riesco a smettere di osservarli.

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È il secondo giorno però che sento ancora meglio Palermo perché la percorro quasi interamente in bici e la attraverso ad un’altra dimensione ancora, quella in cui parli con le persone. Chiedo dove mangiare un iris e la panettiera truccatisisma, mi manda alla rosticceria sua preferita, chiediamo qual è l’ingresso dello Spasimo e il ragazzino che vende la frutta ci chiede di dove siamo e ci racconta quello che sa lui di Napoli, aspettiamo un’ora per entrare ai Cappuccini e ascolto una discussione lunga 20 minuti sul funzionamento di una radio a pile tra un venditore di cianfrusaglie e una venditrice di bibite, chiediamo la strada per Mondello e l’ambulante che vende stigghiole, mi dice per tranquillizzarmi che alla fine della Favorita mi farò almeno dieci minuti senza pedalare perché la discesa è ripida assai, due venditori di bibite di Mondello si fermano davanti a noi a parlare di come è andata la giornata, raddoppiano tutte le erre e capisco solo qualche numero, ma si parlano come se leggessero da un copione che detta anche i tempi e il ritmo delle parole che pronunciano, visitiamo il Museo Riso e il custode ci regala un giro privato del palazzo perché le sale sono ancora in allestimento e ci racconta tutto quello che sa e che sa da sempre, senza farsi mai interrompere.IMG_0388
Attraverso lo spazio della città misurandolo in quante più cose posso assaggiare, mi sporco le mani di olio, di ricotta, di interiora. Attraverso lo spazio della città, arrancando sulle salite e sentendo solo il vento e il profumo del finocchietto selvatico nei tratti in discesa della Favorita e tra Mondello e Acquasanta, il blu intenso del mare sulla sinistra, la montagna scura a destra. Attraverso lo spazio della città guardando le facce delle persone che incrocio, alcune già abbronzate di fatica e sole, altre con le mascelle aguzze quasi come quelle delle salme dei Cappuccini. Attraverso lo spazio della città e certe volte mi sento ubriaca di vita di tutti i giorni di tutte le persone che incrocio e che non mi notano, di una città che non fa niente per piacere più del dovuto, che sta lì a godersi il sole e il vento che viene dal mare e che si incunea da Monte Pellegrino, che mischia alto e basso e tutti gli odori, arabi, bizantini e cattolici e misticismo e trivialità.

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