Compleanni milanesi

A mezzanotte e un minuto stiamo ballando davanti alla porta di un’osteria, male e fuori tempo, sulle note di Happy Birthday di Stevie Wonder, cercata un attimo prima su youtube. E sono felice e spero che qualcuno ci veda dai balconi che ci sono sulla strada, ma di milanesi affacciati non ne vedo mai, almeno in questa strada. Dopo mezz’ora sto spegnendo la fiamma di un accendino dopo aver espresso il solito desiderio e sto mangiando uno dei dolci di una pasticceria che mi piace sempre, con già il mio regalo addosso.
Quando mi chiedono perché vado a Milano di tanto in tanto mi sembra così stupido dover rispondere ogni volta: perché mi piace, perché gli amici sono lì, perché c’è quella mostra che voglio andare a vedere, il nuovo spazio che ha aperto, perché è il mio compleanno e voglio festeggiarlo facendo colazione sempre in quella pasticceria, andando a vedere di nuovo Kiefer all’Hangar, mangiare una sacher al Bar Luce della Fondazione Prada e giocare a flipper, spegnere una candelina che fa le fiamme rosse su un pezzo di torta alla Cascina Cuccagna, brindare seduti in riva alla darsena, mangiare ai mercati carne pugliese, mangiare di nuovo dopo poche ore e vino buono.
In mezzo ci sono le passeggiate insieme e quelle che mi faccio da sola, con un occhio alle vetrine e uno agli androni dei palazzi, tutte le vite in cui provo ad entrare sui tram e sulla metro, gli spritz e le chiacchiere e le tantissime sigarette con l’amica di sempre, il giochino di riconoscere i posti di instagram e fotografarli a mia volta, le telefonate, i messaggi dalla mattina presto fino alla sera tardi, quando meno te lo aspetti.
E tutta la felicità e la cupezza di ogni compleanno, sempre tutte insieme, a 20 come a 28 l’altro ieri, a Napoli come a Milano, mischiate e inscindibili. Perché è il loro bello, sempre.

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Il solito post di compleanno

Ogni compleanno è una domanda dritta negli occhi di chi non ti conosce su Facebook: “quanti ne dimostro?” e alla risposta, ognuno di noi è un “sei così giovane” dell’altro. Io a 27 anni e un giorno sono ancora nella condizione dorata di non aver paura del tempo che passa e della biologia, je ne regrette rien e ogni sera pensare sempre al mattino che verrà e mai a quello che è stato.
Che poi fino a quando ci saranno il friccicore dei giorni prima, l’attesa della mezzanotte e gli occhi serrati mentre lui prepara il tavolino davanti al divano con tortine, candele e scatole, fino a quando starò fuori tutto il giorno, dalla mattina presto fino a notte tardi e gli auguri fatti di persona per strada, i baci e il vino e poi le cene solo noi, con il mondo intorno e un tavolino piccolo piccolo e le chiacchiere e la gioia e i segreti e la malinconia banale dei giorni di passaggio, fin quando ci saranno queste cose, allora, sarà sempre benedetto il giorno del mio compleanno. E il mese prima, fatto di conti alla rovescia e la sera prima, fatta di mezzanotte da aspettare.

Ventisei

E’ mezzanotte e però sono a letto a riposare gli occhi, è mezzanotte e ci sono le candeline, 2+6, sono blu e fanno le scintille e posso avere 26 anni o 4 anni, come in quella foto,  ma mi allontanerò sempre un pochino dalle torte che hanno candeline che fanno le scintille eppure ne resterò sempre affascinata. Esprimo un desiderio, due, due in uno alla fine diventano tre. E ora chiudi gli occhi, ora riaprili, va bene: dolce remissività. Piccole feste in pigiama, sul tavolo della cucina. 

Compio anni pari e pure scomposto, questo non è un numero che mi piace particolaramente ma l’anno in corso è dispari e nella mia personalissima cabala va bene così. Oggi ho lavorato e domani sarò in un’altra città per lavoro, tra poco indosserò un vestito bello nonostante la pioggia e questo fine maggio freddo e andremo a cena: ho sempre pensato che i compleanni dovessero essere per forza di cose e per dirsi riusciti, eccezionali nel senso di fuori dal comune, eppure oggi sono felice, una felicità piccola e banale. La conclusione perfetta e scontata di questo ragionamento dovrebbe più o meno essere “è perché sto diventando adulta”. Ma non c’è nessun epilogo epico e insieme anche banale, nessuna conseguenza logica: è pura e semplice pace.