Di parole, meteorologia e letargo

A parte il periodo in cui per forza di cose ho dovuto imparare a dare il resto alle persone, ad applicare sconti, a fare banalissimi calcoli con la calcolatrice senza essere sgamata, alla fine della fiera, da quando lavoro per dimostrare di essere responsabile, non chiedere i soldi a mamma e papà, mantenermi, fare un po’ la figa, vivere normalmente, ho sempre fatto quello che credo di saper fare, facendolo bene, benissimo, da perfezionista, male, normale, a cazzo di cane volutamente, no aspetta fammelo fare meglio che è troppo a cazzo di cane e poi si nota.
E questa è una cosa non da poco, della quale spesso mi dimentico, poi me ne ricordo, salvo poi dimenticarlo nei giorni in cui piove troppo e tutto sembra grigio e il sole non è ancora troppo alto per entrare in camera la mattina e allora il letargo come concetto dovrebbe essere praticato di più dagli uomini che dagli animali e non solo per le ore di sonno prolungate che pure non sarebbero affatto male e che se fossero disciplina olimpica sarei campionessa almeno dall’età di 16 anni, ma soprattutto per non percepire la tonalità di grigio fuori e metaforica.
E allora ci rintaniamo nella coperta blu rossa e nera perché la pioggia della domenica mattina è il modo che dio ha per dirci che è qui che dobbiamo restare e lo spiraglio di tregua è per andare al volo a comprare i fiori con lo scirocco pesante che si attacca addosso e resta sul pianerottolo. Per non parlare di quello che si impiglia nei capelli e nelle trame e per sfuggirli, mentre scrivo di altro, mi curo pensando all’aria pungente di un giardino davanti ad una scuola vicino al porto di Helsinki due estati fa. Cassettini della memoria aperti a caso mentre continua a piovere acqua sporca che diventa fango ai bordi dei marciapiedi.

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