Compleanni milanesi

A mezzanotte e un minuto stiamo ballando davanti alla porta di un’osteria, male e fuori tempo, sulle note di Happy Birthday di Stevie Wonder, cercata un attimo prima su youtube. E sono felice e spero che qualcuno ci veda dai balconi che ci sono sulla strada, ma di milanesi affacciati non ne vedo mai, almeno in questa strada. Dopo mezz’ora sto spegnendo la fiamma di un accendino dopo aver espresso il solito desiderio e sto mangiando uno dei dolci di una pasticceria che mi piace sempre, con già il mio regalo addosso.
Quando mi chiedono perché vado a Milano di tanto in tanto mi sembra così stupido dover rispondere ogni volta: perché mi piace, perché gli amici sono lì, perché c’è quella mostra che voglio andare a vedere, il nuovo spazio che ha aperto, perché è il mio compleanno e voglio festeggiarlo facendo colazione sempre in quella pasticceria, andando a vedere di nuovo Kiefer all’Hangar, mangiare una sacher al Bar Luce della Fondazione Prada e giocare a flipper, spegnere una candelina che fa le fiamme rosse su un pezzo di torta alla Cascina Cuccagna, brindare seduti in riva alla darsena, mangiare ai mercati carne pugliese, mangiare di nuovo dopo poche ore e vino buono.
In mezzo ci sono le passeggiate insieme e quelle che mi faccio da sola, con un occhio alle vetrine e uno agli androni dei palazzi, tutte le vite in cui provo ad entrare sui tram e sulla metro, gli spritz e le chiacchiere e le tantissime sigarette con l’amica di sempre, il giochino di riconoscere i posti di instagram e fotografarli a mia volta, le telefonate, i messaggi dalla mattina presto fino alla sera tardi, quando meno te lo aspetti.
E tutta la felicità e la cupezza di ogni compleanno, sempre tutte insieme, a 20 come a 28 l’altro ieri, a Napoli come a Milano, mischiate e inscindibili. Perché è il loro bello, sempre.

Monumentale

naviglioI posti mi devono passeggiare e molte volte mi devono risuonare in testa quando sono in silenzio per strada.
Le strofe che ricordo a metà, che mi vergogno a cantare ad alta voce perché non ci arrivo, mi suggeriscono cosa guardare, mi diconono cosa guardare, mi consigliano da cosa lasciarmi affascinare e tra le mostre che potevo andare a vedere e che ho visto, e tra i negozi in cui potevo sospirare e in cui ho sospirato, ho deciso di andare a passeggiare al Monumentale, quando, dove meno potevo aspettarmelo, il primo raggio di sole dell’anno è arrivato sul letto attraversando la finestra.
Sono andata a farmi passeggiare dal Monumentale dove trovi Montale, a sentire il peso degli stivaletti sul terreno compatto riemerso dalla neve, a leggere i nomi sulle lapidi, i cognomi altisonanti, i titoli per tenere ben misurate le distanze tra loro e me, a ricordare il nome di Thea e basta, solo il nome e qualche fiore rosso che spuntava dalla terra e quindi da lei, in una giornata grigia e luminosa di agosto al cimitero di Stoccolma.
E le suggestioni sono frivole e devono esserlo e la strada ti porta nei posti dove ti sembra di essere già stata, per come li conosci, per le persone che vedi, per quello che mangiano e per quello che dicono e pranzare da sola, senza nessun tipo di corazza, non crea disagio.
Milano si lascia attraversare le viscere e sei sotto il duomo bianco che occupa il suo spazio specifico ritagliando il cielo coi i suoi contorni acuminati, e sei sotto il bosco verticale che svetta ancora privo di vita nella foschia della sera mentre le due voci che ti risuonano nella testa da due giorni, guardano nella stessa direzione solo nel senso opposto, indicando i cantieri.
Milano sono le mostre che poi sono pretesti per abbracciare, bere, abbracciare e dire come stai e venite a cena da noi.