Il cimitero delle Fontanelle

(Ho trovato questo file in una vecchia penna usb, è di qualche anno fa, è su uno dei miei posti preferiti di Napoli).

Come quella volta, di domenica, quando la paura iniziava ad abbandonarmi e ricominciavo a passeggiare leggera, in cui decidemmo che era ora di scalare l’ennessima salita di questa città in salita e arrivare dove sembra essere finita, dove sembra esserci la campagna per quanti alberi da frutta ci sono perché siamo talmente abituati al cemento che ogni albero in più ci fa pensare ad un campo verde.
Scalammo una salita e poi un’altra e ancora un’altra e le strade erano sporche e il grigio era più forte che in centro perché il centro è lontano, perché in questa città ogni quartiere ha una propria vita e un proprio centro e in ogni quartiere siamo stranieri e i motorini con due ragazzi a bordo, con i capelli rasati o phonati, ci guardano e ci inquadrano: straniero, turista, passeggiatore, in cerca di qualcosa, guarda troppo, innocuo, da controllare, pericoloso, da seguire, da scippare, da ignorare mai. Perché qui nessuno è ignorato e tutti si ignorano e noi continuiamo a salire, verso i confini della città e del mondo terreno. Verso un cimitero, una cava fresca come il tufo di questa città, una città fondata sul tufo sul quale camminiamo, una città sotterranea e una città superiore, due città che comunicano tramite i morti, una città che non ha paura dei morti ma che dai morti si lascia proteggere: agli angoli delle strade dentro teche illuminate e nelle cave, fosse comuni dove la morte diventa affascinante perché ogni morto ha una storia, ogni morto può essere il tuo morto, fino a grazia ricevuta, poi diventa il morto di qualcun altro.
Tutti i teschi di Napoli riposano uno sull’altro, i due buchi al posto degli occhi, la fessura del naso. Sono tutti uguali e nessuno è più importante di un altro eppure ognuno ha un persona da proteggere, un miracolo da regalare, un desiderio da esaudire e noi siamo lì a guardarli e cercare di scorgere qualcosa. Spiritualità? Paura? Angoscia? Fascino? Non lo sappiamo ma la certezza e il sollievo è che non c’è niente di salvifico in questa morte alla rinfusa eppure ordinata. Non ne usciamo migliori o preoccupati, è un ennesimo aspetto, come l’ennesima salita di questa città, l’ennesimo ripiegamento di una città stanca che ha bisogno di lucidare un teschio, di adottarlo e poi di abbandonarlo per trovare consolazione fortuna, speranza. Non è morte, è continuazione della vita, corpi decomposti e ammassati, in una fossa comune piena di vita. Ascolta la mia storia dice un guardiano della cava: è tutta una questione di storie raccontate, di strade da scalare.

Annunci

Alle 8.13 ma pure più tardi. Alle 18 ma sempre puntuale

Certe volte alzo gli occhi dal libro proprio nell’istante in cui verso le sei e mezza il cielo, ma solo in alcuni giorni, diventa rosa. Un rosa non lezioso, intenso e penetrante. Sono al centro del golfo e di fonte c’è Capri ma si vede anche Ischia e il cielo è rosa forte e il sole esce un po’ tra le nuvole indaco ma penso solo per un minuto quanto sia bello questo scoppio di colori visto attraverso il finestrino del treno. Per il tempo restate penso solo a quando la luce diminuirà giorno dopo giorno e a quest’ora sarà giù buio. E mi velo di tristezza, mi vedo da fuori e sono triste. E vorrei non dover provare l’imbarazzo di scattare una foto in quel momento ma poi penso che comunque il rosa, anche a 8 megapixel, non sarebbe così rosa.
Guardo di nuovo tanto le persone, non riesco a chiudere gli occhi e le guardo in faccia fino all’attimo prima del che cazzo mi guardi. Metto le cuffie solo quando ho mal di stomaco e ho bisogno di distrarmi, per il resto del tempo voglio entrare nelle vite di quante più persone possibile. Vorrei sentire le storie di tutte le persone che mi circondano e poi raccontarle la sera a casa. Vorrei sapere com’è andata la festa sabato sera, a cui non vedevano l’ora di partecipare le due ragazze davanti a me. Vorrei sapere se la bruna ha prestato alla bionda il top che le chiedeva, e com’era, se la bionda ha trovato le scarpe che cercava.
In altri momenti leggo fino a sentire gli occhi secchi e velati, mi accorgo che siamo arrivati solo all’ultimo secondo e quando alzo lo sguardo dal libro ci metto un po’ per rimettere a fuoco e sento come se le pupille mi si incrociassero. Ma so sempre quando ci sono i cantieri navali da guardare e resto, per tutto il tempo che ci vuole a superarli, a guardare le gru ferme sugli scafi in costruzione e il Vesuvio di fronte che fa ombra sulle case che sembrano puntini.
Mi piace guardare i volti dei turisti e scostare lo sguardo da loro al finestrino quell’attimo prima in cui ci dovremmo sorridere e forse fare conversazione. E mi chiedo perché incontro solo turisti che tra di loro non parlano molto. Soprattutto le coppie. Le ragazze in coppia, invece, parlano un po’ di più. Guardo se hanno i talloni anneriti dalle scarpe aperte troppo basse, se hanno i segni del sole sulla pelle troppo chiara.

Geografie di noi

Quando ci muoviamo nella provincia ho sempre forte difficoltà a capire dove sono.
Dalla città non costeggiamo mai il Vesuvio ma sempre alla sua ombra, arrivando fin quasi sotto Avellino, ed è solo una montagna nera non così lontana da farsi dimenticare, non così vicina da venirne attirati e attratti.
Alcune volte andiamo al mare dalla provincia e per farlo corriamo verso il Vesuvio che da nero bruciato diventa case, strade e palazzi. Poi diventa cancellate, mattoni senza calce, città storicamente ricche di soldi che non si sono trasformati in altro da soldi. Solo altre case rotte, manichini con vestiti belli in vetrine tra cantieri sempiterni.
Le statue di Padre Pio sono circondate da bandiere già sbiadite dell’Italia che si alternano a Viva Sant’Antonio e coriandoli bianchi e blu spenti e sporchi agli angoli dei marciapiedi.
Poi c’è una lunga galleria, chiudi i finestrini e dopo qualche curva il mare. Così, senza avviso, senza profumo. Con il Faito alle spalle, il Vesuvio a destra e il Golfo al contrario, che sembra ruotato di 180 gradi, cose se qualcuno lo avesse spostato mentre attraverso la galleria, soltanto per confondermi.

La brillantezza del mare mi rende sempre felice anche quando il mare non è come lo immaginavo o lo desideravo. Il mare è la mia religione, ci credo sempre e comunque nonostante tutto, mi dà conforto quando ne ho bisogno.

Poi saliamo ancora, siamo in cima ad un’altra montagna, giù era estate mentre noi ci dirigiamo verso nuvole nerissime e dense, verso un temporale da annusare sulla porta mentre fumiamo con un gatto minuscolo che prova ad arrampicarsi sulle gambe. Il giorno dopo finiamo il nostro scavalcamento di montagna, scendendo di nuovo verso il mare ma dall’altro lato, mentre molti altri sono diretti verso il Sentiero degli Dei.
E di nuovo il mare, il vento e il sale sulla pelle. Una provincia finisce, ne inizia un’altra e il Vesuvio non c’è più.
E poi di nuovo il contrario, si sale, poi si riscende, si attraversano gallerie e montagne si costeggiano vulcani, strade rotte e centri commerciali. E siamo linee che uniscono puntini su una mappa ma pure il contrario.

Cose estive/01 (Versione 2013)

Dalla città bollente alla provincia ventilata.
In mezzo gli amici che tornano dalla città vera per mangiare la pizza buona, insieme alla frittura buona, al vino buono, in un posto dove si ricordano di noi forse per via del vino a pranzo o perché parliamo in italiano, sentirsi parte del quartiere e nonostante tutto esserne felici.
“Il caffè lo prendiamo a casa, ché devo piegare le lenzuola”.
E poi via, dalla città senza aria verso la provincia devastata ma almeno un po’ più fresca. Assetto turco e polacco e se vita di provincia deve essere, almeno fermiamoci al centro commerciale con la scusa dell’aria condizionata, mentre loro parlano e io passo 5 minuti netti in ogni negozio.
Marina Abramović sul lettino singolo, testa sulla spalla e l’aria che entra dalle finestre aperte insieme alle zanzare.
Usciamo tardi e non ero più abituata. Il barista educato che mi versa quello che resta del cocktail nel bicchiere di plastica perché deve chiudere. L’ultima sigaretta e torniamo. Dormire dieci ore sempre nel lettino singolo e tirare comunque il lenzuolo sulle gambe. Colazioni lente, lentissime sul divano, ancora mezz’ora sul lettino singolo. Fare scorta di occhi chiusi per la settimana. Andare a comprare i dolci e fermarsi per lo spritz, di nuovo assetto turco polacco.
Il pranzo della domenica, in tutti i sensi. I dolci e il caffè. Dormire un’altra ora. E poi il ritorno in città e iniziare leggeri a fare discorsi serissimi mentre la provincia brucia letteralmente e ritagliarsi 40 minuti di umanità sull’asse mediano del ritorno.

Il sangue alla testa, le fitte allo stomaco

I posti come le persone sono altalene. Le persone, certe persone, lo sono ancora di più perché laddove dipende dalla forza di chi ti spinge sull’altalena quanto riesci a toccare con le gambe il punto immaginario più un alto, per certe persone dipende da come gira tutto il resto intorno a loro.
Le mie altalene dipendono molto dal tempo che fa, dal particolare calore dell’aria nei mesi al di fuori della classica estate, perché a meno che non siate estatefobici, caldofobici, marefobici, a star bene in estate son bravi tutti.
Allora il giorno in cui – un giorno di festa, un giorno senza sveglia, un giorno di cappuccini a letto, un giorno lento – un giorno in cui esci per la prima volta dell’anno a gambe nude, è un giorno felice.
Oggi Napoli è bella ed è al suo apice di bellezza stagionale: un delicato equilibrio di caldo normale, di poche persone e poco rumorose per strada per via della festa, di cortili soleggiati dove togliersi le ballerine e stendere le gambe per farle colorire.
Ed è una bellezza che sta montando da un po’, giorno dopo giorno quando la mattina esco e ci salutiamo con un bacio sulla porta, quando la sera esco e ci incontriamo in piazza e la luce è ancora forte e beviamo in piedi e parliamo e mi chiedono come stai? e rispondo bene e rispondo in pace. E penso a quanto sia difficile poter dire con sincerità bene e in pace, poterlo dire e poterlo sentire e sapere che bene e in pace dipendono così tanto da come si muove la città e la vita intorno a te. E ne approfitti come quando sull’altalena senti la fitta allo stomaco per l’altezza e l’immediata ricaduta indietro perché tra un po’ sarà maggio e sarà bello e impressionante come i tulipani polacchi, arancioni e bianchi, che piano piano sono cresciuti e ora sono già sfioriti e dei quali conserveremo per l’anno prossimo i bulbi che con così tanta cura abbiamo portato da Danzica.
Poi verrà giugno, il caldo asfissiante, la spazzatura, la polvere bianca sotto i marciapiedi contro le formiche e gli scarafaggi. La nuova spinta da farsi dare e portare in avanti il corpo, prima la testa, poi un colpo secco di schiena e infine tendere le gambe e se necessario tendere anche le punte dei piedi. Fino alla fitta allo stomaco, il sangue alla testa e poi di nuovo indietro.

Trentasei ore

Il sangue degli sconosciuti e le voci dei loro parenti, questa città stanca (doppio livello di comprensione) il tuo nome gridato su una banchina vuota di marmo, non sapere dove sei, sapere che ci sei, la gente che mi guarda ma non mi vede, i campi che bruciano, la spazzatura sulle strade, le stazioni deturpate, le persone deturpate, il Vesuvio, il monte Somma, la provincia e poi un’altra, la voce dei miei nonni su un nastro di 40 anni fa, mia nonna che canta, mio nonno che le suggerisce le parole, capire profondamente Krapp nella cucina dei miei, “restate qui, L. dorme sul divano vuoi due nella stanzetta”, mia madre che ci saluta alla finestra e ride del nostro ridere, la provincia e poi un’altra, la provincia e poi la città, un inferno abitato da angeli e non il contrario, anzi no, un inferno abitato da indifferenti, il pomeriggio, la luce grigia, la pioggia, il primo plaid dell’anno, dieci minuti di occhi chiusi, dieci minuti di quasi sonno, “un minuto e mezzo e mi alzo”, il lavoro per il lunedì, gli occhiali sui capelli, la lavatrice e poi la pioggia forte, i panni in casa ché piove ancora e pioverà pure domani, i muffin, “mi tagli il cioccolato?”, il profumo di cacao amaro in 40 metri quadri, il film visto e rivisto da rivedere sul divano, il plaid rosso sulle gambe, le gambe sulle gambe, piove forte, piove ancora, la sveglia, “un minuto e mezzo mi alzo”, mezz’ora dopo, il caffè, i muffin della sera, le dita sporche di cioccolato, il latte freddo, ci vediamo in giro verso le 6.