Di parole, meteorologia e letargo

A parte il periodo in cui per forza di cose ho dovuto imparare a dare il resto alle persone, ad applicare sconti, a fare banalissimi calcoli con la calcolatrice senza essere sgamata, alla fine della fiera, da quando lavoro per dimostrare di essere responsabile, non chiedere i soldi a mamma e papà, mantenermi, fare un po’ la figa, vivere normalmente, ho sempre fatto quello che credo di saper fare, facendolo bene, benissimo, da perfezionista, male, normale, a cazzo di cane volutamente, no aspetta fammelo fare meglio che è troppo a cazzo di cane e poi si nota.
E questa è una cosa non da poco, della quale spesso mi dimentico, poi me ne ricordo, salvo poi dimenticarlo nei giorni in cui piove troppo e tutto sembra grigio e il sole non è ancora troppo alto per entrare in camera la mattina e allora il letargo come concetto dovrebbe essere praticato di più dagli uomini che dagli animali e non solo per le ore di sonno prolungate che pure non sarebbero affatto male e che se fossero disciplina olimpica sarei campionessa almeno dall’età di 16 anni, ma soprattutto per non percepire la tonalità di grigio fuori e metaforica.
E allora ci rintaniamo nella coperta blu rossa e nera perché la pioggia della domenica mattina è il modo che dio ha per dirci che è qui che dobbiamo restare e lo spiraglio di tregua è per andare al volo a comprare i fiori con lo scirocco pesante che si attacca addosso e resta sul pianerottolo. Per non parlare di quello che si impiglia nei capelli e nelle trame e per sfuggirli, mentre scrivo di altro, mi curo pensando all’aria pungente di un giardino davanti ad una scuola vicino al porto di Helsinki due estati fa. Cassettini della memoria aperti a caso mentre continua a piovere acqua sporca che diventa fango ai bordi dei marciapiedi.

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Trentasei ore

Il sangue degli sconosciuti e le voci dei loro parenti, questa città stanca (doppio livello di comprensione) il tuo nome gridato su una banchina vuota di marmo, non sapere dove sei, sapere che ci sei, la gente che mi guarda ma non mi vede, i campi che bruciano, la spazzatura sulle strade, le stazioni deturpate, le persone deturpate, il Vesuvio, il monte Somma, la provincia e poi un’altra, la voce dei miei nonni su un nastro di 40 anni fa, mia nonna che canta, mio nonno che le suggerisce le parole, capire profondamente Krapp nella cucina dei miei, “restate qui, L. dorme sul divano vuoi due nella stanzetta”, mia madre che ci saluta alla finestra e ride del nostro ridere, la provincia e poi un’altra, la provincia e poi la città, un inferno abitato da angeli e non il contrario, anzi no, un inferno abitato da indifferenti, il pomeriggio, la luce grigia, la pioggia, il primo plaid dell’anno, dieci minuti di occhi chiusi, dieci minuti di quasi sonno, “un minuto e mezzo e mi alzo”, il lavoro per il lunedì, gli occhiali sui capelli, la lavatrice e poi la pioggia forte, i panni in casa ché piove ancora e pioverà pure domani, i muffin, “mi tagli il cioccolato?”, il profumo di cacao amaro in 40 metri quadri, il film visto e rivisto da rivedere sul divano, il plaid rosso sulle gambe, le gambe sulle gambe, piove forte, piove ancora, la sveglia, “un minuto e mezzo mi alzo”, mezz’ora dopo, il caffè, i muffin della sera, le dita sporche di cioccolato, il latte freddo, ci vediamo in giro verso le 6.