La domenica, la provincia, febbraio

mare-febbraioMi piace crogiolarmi nella noia della provincia e lamentarmene. Assecondarne i ritmi lenti, abbassare la guardia, mangiare di più, lamentarmene, essere ancora la figlia che torna, come se tornassi da lontanissimo.
Poi prendo la macchina, con quel lieve timore ogni volta, di non ricordarmi più come si guidi, e inizio a guidare senza meta, mentre il sole bugiardo di febbraio mi stordisce subito attraverso i vetri.
Senza meta ma sempre verso il mare, che mi attira, lune, maree e io in mezzo.
Parcheggio e scendo a respirare lo iodio che per me è ossigeno, a prendermi l’umido che si attacca subito ai capelli senza scampo, la salsedine, che pure a febbraio, si poggia sui vetri degli occhiali. Potrebbe essere il posto più bello del mondo, per il solo fatto di avere il mare, ma tutto intorno è solo cemento, puzza di piscio e giardini secchi. Pance grosse, troppo grosse, di uomini che fumano e bevono dando le spalle al mare, uomini dell’est Europa che bevono birra scadente mentre un bambino biondissimo con una tuta acetata degli anni 80 indica il mare. Due uomini si sfiorano la mano, poi smettono e si guardano intorno. Altri mi scambiano per straniera – e l’unica spiegazione che sono riuscita a darmi è perché sono da sola e mediamente vestita bene- e cercano di abbordarmi dicendo “Hello baby” e ridacchiano tra di loro dicendo “Questa non ci sente”. Una signora anziana legge il vangelo seduta su una panchina, coriandoli a terra mischiati alla sabbia sporca portata dalle mareggiate. E poi vento, tantissimo vento umido e appiccicoso ma non freddo. Si intravede Capri, la Costiera è coperta da nuvole piene di pioggia. Ma il mare è brillantissimo, nonostante il cemento, le pance, la puzza di piscio e le persone di spalle.

Cose estive/01 (Versione 2013)

Dalla città bollente alla provincia ventilata.
In mezzo gli amici che tornano dalla città vera per mangiare la pizza buona, insieme alla frittura buona, al vino buono, in un posto dove si ricordano di noi forse per via del vino a pranzo o perché parliamo in italiano, sentirsi parte del quartiere e nonostante tutto esserne felici.
“Il caffè lo prendiamo a casa, ché devo piegare le lenzuola”.
E poi via, dalla città senza aria verso la provincia devastata ma almeno un po’ più fresca. Assetto turco e polacco e se vita di provincia deve essere, almeno fermiamoci al centro commerciale con la scusa dell’aria condizionata, mentre loro parlano e io passo 5 minuti netti in ogni negozio.
Marina Abramović sul lettino singolo, testa sulla spalla e l’aria che entra dalle finestre aperte insieme alle zanzare.
Usciamo tardi e non ero più abituata. Il barista educato che mi versa quello che resta del cocktail nel bicchiere di plastica perché deve chiudere. L’ultima sigaretta e torniamo. Dormire dieci ore sempre nel lettino singolo e tirare comunque il lenzuolo sulle gambe. Colazioni lente, lentissime sul divano, ancora mezz’ora sul lettino singolo. Fare scorta di occhi chiusi per la settimana. Andare a comprare i dolci e fermarsi per lo spritz, di nuovo assetto turco polacco.
Il pranzo della domenica, in tutti i sensi. I dolci e il caffè. Dormire un’altra ora. E poi il ritorno in città e iniziare leggeri a fare discorsi serissimi mentre la provincia brucia letteralmente e ritagliarsi 40 minuti di umanità sull’asse mediano del ritorno.