Appunti su Firenze e sulla bellezza

Quanto bellezza può contenere una città? Ma soprattutto quanta bellezza può contenere un corpo solo? Me lo sono chiesto per due giorni interi in una Firenze che sembrava in primavera e sembrava farsi beffa di tutte le inquietudini che un corpo può portare. Me lo sono chiesto fortissimo in tre momenti precisi, quando mi sono arrampicata su un muro alto dell’Arno e il sole era accecante e caldo e brillava sull’acqua che sembrava immobile e sulle facciate dei palazzi e avevo le gambe penzoloni sul fiume e sul vuoto e dopo un po’ le ho dovute ritrarre perché ho sentito le vertigini non dell’altezza ma delle bellezza che non riuscivo a sopportare.
Me lo sono chiesta di nuovo dopo qualche ora mentre ho costretto le mie amiche ad aspettare il rosa del cielo, che poteva pure non esserci – il giorno prima non c’era stato – e che invece, ovviamente, non si è fatto aspettare. Il duomo, Palazzo Vecchio, la Biblioteca, ponte vecchio, l’Arno e tutti i palazzi sono diventati da color pietra a rosa in pochi minuti. Una foto come mille altre in quel momento e ho poggiato la testa sulle braccia poggiate sulla balconata di piazzale Michelangelo per farmi cullare da quel colore.
Me lo sono chiesta per l’ultima volta salendo il sentiero che porta a San Miniato al Monte mentre la campana rintoccava le 5 e si sentiva solo quel suono e i miei passi sul selciato, quando ho dovuto abituare la vista che era rimasta rosa, al buio della chiesa fredda, quando sono rimasta incantata a guardare un frate vecchio di mille anni che non riusciva a sedersi sul suo scranno nel presbiterio della cripta e la difficoltà di un gesto così semplice per anni e che adesso non riusciva a fare e per il quale ogni giorno proverà sempre più dolore, mi ha trafitto il cuore eppure l’ho trovata bella perché c’era qualcosa che aveva a che fare con la perseveranza e col desiderio. O almeno così mi è sembrato.
Poi fuori da San Miniato il cielo si è fatto di nuovo blu/grigio ed è tornato il freddo che non avevo ancora sentito ed è stato un sollievo.