Di fine anno, di inizio anno.

2016Vado verso il mare, vado verso le colline e i borghi per sfuggire anche solo alla tentazione di fare bilanci e buoni propositi. Se è proprio necessario quelli si fanno il primo settembre con la pelle ancora abbronzata e i capelli asciugati all’aria.
Non è finito niente, non è iniziato niente. È sempre la solita storia, cambia un numero dopo lo zero, è scaduta una patente, cambierà un numero dopo il 2.
Le stesse solite domane, le stesse solite risposte.
Salgo in macchina e vado a sentire il mare, a scrutare l’Albania che non si vede, a camminare sui bordi del lungomare come i bambini, tra le case aperte di Bari vecchia mentre tutte le donne arrostiscono carne e noi passiamo tra i fumi delle braci accese.
Una volta l’Adriatico, una volta il Tirreno, a prendermi tutto il sole, tutta la brezza e poi il gelo per sentire tutte le sensazioni possibili, il caldo e il freddo sulla pelle e riempire di tutto l’ultimo giorno dell’anno. Fino al giorno dopo.
Attraverso fumi di braci, attraverso nebbie di montagne, scintille di sole sui due golfi. In mezzo perfettamente. Lascio il solco. Il solco sugli anni che passano, sui ti rendi conto che è finito un altro anno, sui l’anno prossimo magari, entro i 30 credo di sì.
L’eccitazione, la malinconia, gli abbracci, i baci, i sorrisi, la cupezza. I dieci giorni tra 2015 e 2016 c’hanno avuto dentro tutto lo spettro delle emozioni, del dire fare baciare. Picchi altissimi, down profondissimi, montagne russe spaventose di vuoti d’aria e sangue alla testa. E poi tutto così perfettamente in ordine per crogiolarsi, così come ogni anno, nello spleen e goderne.

Annunci

Disegnate una foglia su una pagina pulita

Ogni giorno guardo le foglie dell’albero di fronte all’ufficio e penso che quel quaderno che facemmo alle elementari con una foglia per pagina, incollata, ridisegnata nei contorni, classificata col nome, non sia servito a nulla. Guardo quest’albero e non so di che albero si tratti, guardo le sue foglie e cerco di trovare un appiglio nella memoria per ricordarmi un particolare che mi faccia tornare in mente il suo nome.

Ogni giorno guardo le foglie di quest’albero quando fumo fuori al balcone, quando mi alzo per distrarmi e mi accorgo che smetto di essere concentrata su quello che sto facendo e in automatico mi concentro, senza pensare a niente, a guardare le foglie, il tappeto morbido e scricchiolante dei giorni, rari, di aria secca, bagnato e compatto in quelli umidi. Le guardo cadere e poggiarsi a terra, guardo quelle più fortunate alzate dal vento e trasportate un po’ più lontano, quelle che fanno sembrare che dal cielo grigio/lilla di questi giorni stiano piovendo pezzetti di carta velina color arancio bruciato.

Vado via ogni venerdì con la paura che il lunedì dopo non ce ne siano più, con l’ansia della delusione di essere cadute, tutte fino all’ultima, senza aspettarmi, senza farsi guardare e insieme sento l’impazienza di vedere quell’albero vuoto e nudo, il marciapiede solo grigio e non rosso/arancio/ocra, con l’impazienza di scordare in un attimo com’era quell’albero quando era pieno di foglie. Come ero io quando era verde e rigoglioso, come sono io adesso che le foglie, tra vento e scope che le spazzano ogni giorno, sono chissà dove.

Di parole, meteorologia e letargo

A parte il periodo in cui per forza di cose ho dovuto imparare a dare il resto alle persone, ad applicare sconti, a fare banalissimi calcoli con la calcolatrice senza essere sgamata, alla fine della fiera, da quando lavoro per dimostrare di essere responsabile, non chiedere i soldi a mamma e papà, mantenermi, fare un po’ la figa, vivere normalmente, ho sempre fatto quello che credo di saper fare, facendolo bene, benissimo, da perfezionista, male, normale, a cazzo di cane volutamente, no aspetta fammelo fare meglio che è troppo a cazzo di cane e poi si nota.
E questa è una cosa non da poco, della quale spesso mi dimentico, poi me ne ricordo, salvo poi dimenticarlo nei giorni in cui piove troppo e tutto sembra grigio e il sole non è ancora troppo alto per entrare in camera la mattina e allora il letargo come concetto dovrebbe essere praticato di più dagli uomini che dagli animali e non solo per le ore di sonno prolungate che pure non sarebbero affatto male e che se fossero disciplina olimpica sarei campionessa almeno dall’età di 16 anni, ma soprattutto per non percepire la tonalità di grigio fuori e metaforica.
E allora ci rintaniamo nella coperta blu rossa e nera perché la pioggia della domenica mattina è il modo che dio ha per dirci che è qui che dobbiamo restare e lo spiraglio di tregua è per andare al volo a comprare i fiori con lo scirocco pesante che si attacca addosso e resta sul pianerottolo. Per non parlare di quello che si impiglia nei capelli e nelle trame e per sfuggirli, mentre scrivo di altro, mi curo pensando all’aria pungente di un giardino davanti ad una scuola vicino al porto di Helsinki due estati fa. Cassettini della memoria aperti a caso mentre continua a piovere acqua sporca che diventa fango ai bordi dei marciapiedi.

Una casa da addobbare

IMG_2233Sono giornate piene di tutto. Di mattine che iniziano presto e sere che finiscono sempre più tardi, di computer che si spengono di conseguenza, di occhi che anche quando potrebbero chiudersi prima fanno fatica a dimenticare l’abitudine, di iperattività colpevole, perché se non stai facendo/lavorando senti di star buttando il tempo.
Sono giornate di prima di Natale e di una casa, nostra, che abbiamo addobbato in maniera no sense e come ci pare l’importante è che sia sui toni del rosso e che verso le sette si accendano delle lucine alla finestra. Un Natale che è diverso dall’anno scorso non fosse altro che è l’anno ad essere stato diverso, non fosse altro che l’anno scorso c’erano scatoloni, traslochi, vite da inventare.
Ci sono cose che funzionano meno bene di altre, in assoluto niente che funzioni male e basta, città che si accartocciano e che sì funzionano male e inficiano sul funzionamento delle cose che in generale funzionano.
Ci sono giorni in mezzo, tra i ritorni e gli spritz, da organizzare, programmi fittissimi che forse seguiremo, forse saboteremo, l’importante è che ci sia qualcosa da fare, anche solo stare sul divano a leggere senza contare il tempo a disposizione.
La costante ansia e il poi vediamo a fare da contraltare.
E poi verso le sette accendiamo le lucine.