Grecia – Atene

Sotto la metro di Ominia ci sono due persone sui 50 anni che vendono biglietti della lotteria sistemati tutti in fila su un trespolo. Richiamano l’attenzione dei passanti cantilenando qualcosa in greco, si fanno eco, ma lo fanno in maniera stanca, arresa. Li osservo per dieci minuti e il suono delle loro voci mi resterà in testa per i successivi dieci giorni.
Atene è energia intensa ma anche stanca, come se fosse inesplosa. Tutti si muovono ma non riesco a capire bene per dove. È come guardare la danza di api che seguono una traiettoria impazzita, forse anche a causa nostra, soprattutto in centro, che trasciniamo gambe e ci inerpichiamo sulla collina dell’Acropoli.
Le metro sono affollate e i flussi si mischiano di continuo nelle stazioni di scambio. Alle facce sorridenti nostre, di molti, di chi si bacia, parla, ride, di affiancano gli occhi vitrei di chi succhia un bibitone che pochi minuti prima doveva essere ghiacciato, ormai terminato e caldo, gli occhi stanchi di chi guarda nel vuoto, di chi guarda davanti a sé senza guardare. E poi una nuova stazione, un altro cambio: più ci allontana dal centro, più le voci cantilenanti dei venditori di biglietti della lotteria si fanno forti: sembrano muezzin che richiamano alla preghiera. Il paradiso con le vergini, la salvezza eterna è grattare e trovare il numero vincente; lo è in tutto il mondo, ma qui, ora, lo sembra un po’ di più.
Seguiamo i flussi del centro come una processione il cui percosso è segnato. Da piazza Syntagma all’Acropoli passando per la strada pedonale piena di negozi globali che non guardo nemmeno per sbaglio. Due piccole chiese ortodosse lungo la strada sembrano delle oasi in mezzo al caos di Ermou e di Monastiraki.

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Alzando lo sguardo alla nostra sinistra si scorge il lato lungo del Partenone, lo seguiamo con gli occhi e lo inseguiamo con le gambe sotto ad un sole clemente per un po’. La confusione di ristoranti con i butta dentro, paccottiglia di souvenir, aria nebulizzata è incessante fin quando superate le scale di Plaka il suono si abbassa e il frinire delle cicale prende il sopravvento su tutto: siamo sotto la costa di collina dell’Acropoli e c’è la me ragazzina del liceo classico che ribolle di emozione e che esplode non appena ne varchiamo la soglia. Intorno a noi libri di letteratura greca e storia dell’arte, davanti a noi una distesa di case letteralmente a perdita d’occhio, su tutti e quattro i lati che lo sguardo può abbracciare, senza soluzione di continuità, senza nessun punto di riferimento possibile, attanagliate dalla foschia e dal calore che si sprigiona dalle strade.

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Dall’Acropoli fino a Larissa Station a piedi è una camminata di circa 40 minuti: dai flussi di turisti alla città vera, alla città ferma, alla città chiusa. Incontriamo una quantità spaventosa di negozi chiusi, di sguardi nel vuoto, di Carrefour deserti e che vendono in batteria solo pochi prodotti, frigo vuoti. Un camioncino che vende cipolle incede lentissimo lungo la strada, fa due volte il giro dell’isolato, lo incrociamo tutte e due le volte. Una ragazza stringe un laccio e si buca sull’avambraccio seduta davanti una saracinesca abbassata.
Alla ricerca del nostro imbarco per le isole e di una mostra di Ai Weiwei, passiamo dal Piereo a Leoforos Vasilissis Sofias una zona gestionale e residenziale di Atene. È un viaggio nel viaggio. Al Pireo caos, caldo, mendicanti, gente che corre e parte, gente che corre e resta, un’infinità di bar e tavole calde, nessuna invitante, negozi chiusi e botteghe scalcagnate, negozi aperti e vuoti. Un commesso di Lacoste ad ora di punta guarda fuori immobile dentro la sua aria condizionata dietro al bancone di vetro.

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A Leoforos Vasilissis Sofias ci accoglie involontariamente prima un piccolo giardino del museo di arte bizantina, un’oasi non solo metaforica nel caldo umido del primo pomeriggio e poi il museo delle Arti Cicladiche, un palazzetto liberty con dentro un giardino d’inverno livello instagram pro. Neanche un greco a parte i ragazzi che vigilano le sale, altri due italiani con due bimbi e il resto francesi.
Ci mischiamo ai ragazzi greci di sera di nuovo ai piedi dell’Acropoli provando a cercare stelle cadenti, sentiamo la loro musica dai cellulari, lo schiocco dei baci che si danno, i tappi delle birre che stappano. Non cade nemmeno una stella oppure ne cadono cento ma Atene, le sue case sparse ovunque emanano una luce troppo forte per vederle venire giù.

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Siamo a Psirri per altre due notti. È il quartiere vivo e creativo di Atene. E in effetti i locali, numerosissimi, sembrano essere più interessanti e veri, le persone sono più di Atene che turisti, i ritmi e i movimenti sono più da città vera che da paesaggio dentro una palla di neve. Eppure l’aria è ferma, i palazzi sono in stato di abbandono e chiusi, come chiusi sono tantissimi negozi. Di nuovo la sensazione di energia inesplosa o meglio di una bomba esplosa di cui resta soltanto la devastazione che ha provocato e l’involucro vuoto. Mangiamo bene, osserviamo, annusiamo tutte le spezie del mondo in Evripidu ma è come se qualcosa fosse stato strappato via di forza. E io anche sento di essere fuoriluogo.
Attraversiamo di nuovo a piedi la città, da Psirri per una quarantina di minuti fino al capolinea dei bus per andare a Capo Sounio, al tempio di Poseidone l’ultimo pezzo di terra prima del blu Egeo. Di nuovo negozi chiusi, di nuovo disagio, di nuovo api in volo lungo una traiettoria confusa. Proviamo ad addentrarci in un parco alla ricerca di un po’ di ombra, torniamo indietro – e di solito non lo facciamo mai – perché le facce che ne escono, qualche siringa a terra ci intimoriscono un po’. La strada per Sunio è un alternarsi allegro e sereno di persone al mare – in un mare limpido anche in città – a palazzi grandi e strutture olimpioniche che sembrano abbandonate. Più ci si allontana da Atene più il sole brilla sulla superficie dell’acqua, con i raggi che trovano sempre meno ostacoli. Le curve assecondano la costa, un po’ dormo, un po’ leggo, un po’ mi lascio cullare e cullo i pensieri.
File_008Quando la terra finisce, quando gli uomini partivano e arrivavano, in cerca di fortuna, in cerca di guerra, in cerca di minotauri da ammazzare, il Tempio di Poseidone a Sounio era l’ultima cosa che vedevano, la prima che scorgevano. Teseo non cambiò le sue vele da nere a bianche ed Egeo disperato si gettò a mare: la sua disperazione diede il nome a quelle acque blu cobalto, le stesse in cui mi immergo circondata da piccoli pesci colorati che mi solleticano i piedi. Resto a pelo d’acqua sospesa con le gambe e le braccia larghe a galleggiare e quando apro gli occhi, prima è tutto bianco accecante per via del sole e poi intravedo le colonne del tempio di Poseidone, le stesse da migliaia di anni, le stesse viste da Teseo vittorioso, le stesse viste per l’ultima volta da Egeo.

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Geografie di noi

Quando ci muoviamo nella provincia ho sempre forte difficoltà a capire dove sono.
Dalla città non costeggiamo mai il Vesuvio ma sempre alla sua ombra, arrivando fin quasi sotto Avellino, ed è solo una montagna nera non così lontana da farsi dimenticare, non così vicina da venirne attirati e attratti.
Alcune volte andiamo al mare dalla provincia e per farlo corriamo verso il Vesuvio che da nero bruciato diventa case, strade e palazzi. Poi diventa cancellate, mattoni senza calce, città storicamente ricche di soldi che non si sono trasformati in altro da soldi. Solo altre case rotte, manichini con vestiti belli in vetrine tra cantieri sempiterni.
Le statue di Padre Pio sono circondate da bandiere già sbiadite dell’Italia che si alternano a Viva Sant’Antonio e coriandoli bianchi e blu spenti e sporchi agli angoli dei marciapiedi.
Poi c’è una lunga galleria, chiudi i finestrini e dopo qualche curva il mare. Così, senza avviso, senza profumo. Con il Faito alle spalle, il Vesuvio a destra e il Golfo al contrario, che sembra ruotato di 180 gradi, cose se qualcuno lo avesse spostato mentre attraverso la galleria, soltanto per confondermi.

La brillantezza del mare mi rende sempre felice anche quando il mare non è come lo immaginavo o lo desideravo. Il mare è la mia religione, ci credo sempre e comunque nonostante tutto, mi dà conforto quando ne ho bisogno.

Poi saliamo ancora, siamo in cima ad un’altra montagna, giù era estate mentre noi ci dirigiamo verso nuvole nerissime e dense, verso un temporale da annusare sulla porta mentre fumiamo con un gatto minuscolo che prova ad arrampicarsi sulle gambe. Il giorno dopo finiamo il nostro scavalcamento di montagna, scendendo di nuovo verso il mare ma dall’altro lato, mentre molti altri sono diretti verso il Sentiero degli Dei.
E di nuovo il mare, il vento e il sale sulla pelle. Una provincia finisce, ne inizia un’altra e il Vesuvio non c’è più.
E poi di nuovo il contrario, si sale, poi si riscende, si attraversano gallerie e montagne si costeggiano vulcani, strade rotte e centri commerciali. E siamo linee che uniscono puntini su una mappa ma pure il contrario.

La domenica, la provincia, febbraio

mare-febbraioMi piace crogiolarmi nella noia della provincia e lamentarmene. Assecondarne i ritmi lenti, abbassare la guardia, mangiare di più, lamentarmene, essere ancora la figlia che torna, come se tornassi da lontanissimo.
Poi prendo la macchina, con quel lieve timore ogni volta, di non ricordarmi più come si guidi, e inizio a guidare senza meta, mentre il sole bugiardo di febbraio mi stordisce subito attraverso i vetri.
Senza meta ma sempre verso il mare, che mi attira, lune, maree e io in mezzo.
Parcheggio e scendo a respirare lo iodio che per me è ossigeno, a prendermi l’umido che si attacca subito ai capelli senza scampo, la salsedine, che pure a febbraio, si poggia sui vetri degli occhiali. Potrebbe essere il posto più bello del mondo, per il solo fatto di avere il mare, ma tutto intorno è solo cemento, puzza di piscio e giardini secchi. Pance grosse, troppo grosse, di uomini che fumano e bevono dando le spalle al mare, uomini dell’est Europa che bevono birra scadente mentre un bambino biondissimo con una tuta acetata degli anni 80 indica il mare. Due uomini si sfiorano la mano, poi smettono e si guardano intorno. Altri mi scambiano per straniera – e l’unica spiegazione che sono riuscita a darmi è perché sono da sola e mediamente vestita bene- e cercano di abbordarmi dicendo “Hello baby” e ridacchiano tra di loro dicendo “Questa non ci sente”. Una signora anziana legge il vangelo seduta su una panchina, coriandoli a terra mischiati alla sabbia sporca portata dalle mareggiate. E poi vento, tantissimo vento umido e appiccicoso ma non freddo. Si intravede Capri, la Costiera è coperta da nuvole piene di pioggia. Ma il mare è brillantissimo, nonostante il cemento, le pance, la puzza di piscio e le persone di spalle.

Marocco – Essaouira

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(La strada per il mare non è gioiosa: di tutti i mari che ho visto le strade che vi ci arrivavano avevano sempre un qualcosa di allegro, di leggero. La strada verso Essaouira, l’ultima tappa, è un continuo incontrare officine devastate in insediamenti minuscoli e all’apparenza improvvisati, è un continuo incrociare donne coperte e con le spalle cariche e curve, bambini a piedi nudi, uomini fermi al bar, ancora più fermi delle città, un’immobilità che non so per quale motivo, infastidisce più di altrove. La terra è arida e polverosa e c’è sempre qualcuno che da lontano si avvicina al bus che corre incurante di me e del mio sguardo fisso, dietro a questo vetro, mentre mi chiedo di loro, delle loro case, della loro vita).

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Arriviamo sull’Oceano ad ora di pranzo, non vedo ancora il mare ma gli aquiloni così tesi in cielo non possono che voler dire vento. Il vento è la costante di questa città insieme al freddo sulla pelle che finalmente dà senso al maglione messo in valigia, sai com’è c’è l’escursione termica.
Essaouira è il Marocco che si fa borgo di mare, la Medina sappiamo che è la Medina perché è scritto ovunque ma potrebbe essere un qualsiasi centro storico di un qualsiasi paese affacciato sul mare.
Essaouira è piena di turisti: turisti marocchini a prender fresco sulla spiaggia, turisti occidentali con la Lonely Planet in mano, turisti francesi che si godono lo sbocco a mare dal sapore esotico e giocano a fare i vecchi colonizzatori.
Essaouira è l’oceano e la ricerca costante del mare quando viaggiamo. E’ il vento che mi impasta i capelli e che schiaffeggia forte il corpo dalle feritoie a picco sulle rocce, che per un attimo soltanto dopo il tramonto, un attimo di colori precisi e densi, sembra la Danimarca quando ha di fronte la Svezia.

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Non ho mai visto così tanti gabbiani tutti insieme, sono qui sulle nostre teste mentre egocentrici come siamo crediamo di assistere ad uno spettacolo unico ma in realtà sono solo attirati dagli scarti del pescato lasciato sui muraglioni esterni della medina. Fanno confusione e planano sul cibo e poi sul mare sfruttando la spinta del vento, si lasciano fotografare e ascoltare, si lasciano indicare dalle dita dei bambini.
Quando finisce lo spettacolo dei gabbiani ci pensano i ragazzini di Essaouira ad attirare la nostra attenzione e i nostri obbiettivi: si tuffano con rincorsa dal centro delle strada nell’acqua sporca vicino al porto. Fanno capriole, contorsioni, qualcuno in volo mima Superman, sanno di essere un’attrazione e danno il meglio di loro con le acrobazie: mi divertono tantissimo, esulto per i tuffi riusciti, trattengo il fiato per quelli più pericolosi.

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La gioia che non avevo trovato per strada è tutta concentrata su questo lungomare e aumenta con l’avanzare della marea che sommerge la spiaggia e cancella i passi miei che letteralmente mi fiondo a riva e di tutte le persone che passeggiano tranquille. Le donne coperte che mantengono con le mani i lembi delle loro tuniche, i ragazzini che giocano a racchettoni, i bambini che non hanno mai freddo, gli uomini che fanno il bagno.
Restiamo seduti a terra, immobili contro il vento che alza tutta la sabbia del Marocco e contro il sole che con il vento non sembra così forte, restiamo seduti a terra a guardare come la leggerezza è uguale in tutto il mondo. Poi prendo coraggio, un piede, poi una gamba, poi l’altra, poi l’onda sulla pancia, qualche passo e poi un tuffo e per qualche istante ci sono io e solo l’acqua gelida che mi avvolge. Riemergo e so che di fronte a me non c’è più nulla, solo mare, solo oceano.

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Maghreb perché siamo nella parte più occidentale dell’Africa e il sole tramonta perfettamente dietro la linea dell’orizzonte, tramonta piano per farsi guardare e fotografare, tramonta piano perché i desideri lanciati contro quella linea siano più lunghi ed articolati, tramonta piano perché si possa sentire tutto il freddo del vento freddo che arriva dall’Oceano in cima alla rocca tra i cannoni e le feritoie. Con le guance rosse come il sole rosso che diventa un semicerchio e poi un arco e poi una linea curva.
(L’ultimo ricordo del Marocco è prima dell’alba ad Essoirua solo il rumore del vento, fortissimo, che circola nei vicoli deserti della medina e il rumore dei nostri trolley che mettiamo a terra solo dopo un po’, un po’ per non dare nell’occhio, un po’ per goderci quel suono mai sentito prima).

Marocco – Rabat Salé

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(“Abbiamo perso auto e conducente e la vostra auto è proprio quella incidentata, quindi ora possiamo darvi una Dacia qualcosa invece che una Peugeot 206. Ah non c’è l’aria condizionata, forse a Rabat potete provare a cambiarla con qualcosa di meglio, ma non è garantito”).

Arriviamo a Rabat in treno, nonostante avessimo una macchina prenotata alla Hertz di Fès. Durante il viaggio di tre ore Mayram – “In Italia sono Maria” – mi parla di olio di Argan di Agadir, di quanto a Brescia siano pericolosi “negri e cinesi”. Ognuno ha un proprio straniero da temere. Suo marito parla poco italiano, lei è incinta del secondo figlio, ogni tanto soffre il caldo, parla molto e ci facciamo compagnia. Mi saluta con tre baci, il marito con una discreta stretta di mano.
Per l’esame di Geografia urbana del Mediterraneo preparai un approfondimento su Rabat-Salé su come i due insediamenti fossero distinti, ognuno con una propria medina e con le proprie specificità. Noi siamo nella medina di Salé, tre occidentali in tutto, per il resto banchi di frutta, piccole botteghe, via vai di motorini e i soliti uomini seduti al bar e bere tè e guardare nella stessa direzione. L’aria è un po’ più fresca, il vento che arriva dall’oceano e il profumo del mare si sentono distintamente fin da quando usciamo dalla stazione e diventano più forti sulla terrazza del riad. Tajine per cena, sui divani al fresco solo per noi mentre comincio a rifiatare dopo tre giorni. Un muezzin inizia il suo richiamo, dopo un paio di minuti gli fa eco un altro. Tolgo i sandali e stendo le gambe sui cuscini. Nessun programma da rispettare, nessuna tabella di marcia da inseguire: quando arriva l’odore del mare si deve stare solo fermi a sentire la brezza sulla pelle.

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La mattina, con calma, usciamo dalla medina per andare a salutare l’oceano e ci accodiamo ad una processione sparpagliata e lenta di donne velate che tengono per mano bambini in costume e ombrelloni sulle spalle. A sinistra di nuovo tombe, migliaia di tombe, sparpagliate e piene di erba, a destra terra brulla e spazzatura, in mezzo noi e la processione che aumenta. Poi il vociare tipico di tutte le spiagge del mondo.
Subito dopo, l’Oceano.
La quantità di persone è impressionante: donne vestite che camminano più in là della riva, oppure sedute sulla sabbia con i cappelli con la visiera sopra ai veli, bambini che giocano come tutti i bambini del mondo, che corrono verso il venditore ambulante di gelato dopo essere corsi dai genitori a chiedere i soldi, come tutti i bambini del mondo. Più avanti solo la Kasbah di Rabat e la folla è così grande da far sembrare le persone piccoli puntini colorati che entrano ed escono dal mare.
Alla nostra destra le banche dei pescatori rientrano al molo: servono quattro persone per trasportare i pesci spada giganteschi, subito dopo fatti a pezzi, gli scarti buttati a terra, la parte buona subito messa ad arrostire. Ci incamminiamo lungo una spiaggia sporca e vuota, il vento è fortissimo e il mare si infrange in tanti piccoli frammenti bianchi sulle rocce mentre una barca minuscola è letteralmente in balia delle onde.

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Il pomeriggio camminiamo senza meta a Rabat: l’essere capitale la rende una città molto meno ferma al ruolo di “presepe” e basta. La gente va a lavoro, le ragazze scoperte fumano e in alcuni casi sono più svestite di me. Sul tram è bello osservare le interazioni fra le persone: due ragazzi si tengono per mano e si prendono in giro e fanno più smorfie di tutte le smorfie stupide che facciamo noi.
La medina di Rabat è molto di più un mercato per marocchini che una scenografia per turisti, al contrario della Kasbah degli Oudaïa, di cui Benedetto Croce avrebbe detto le stesse cose di Napoli: un paradiso abitato da diavoli tra guide improvvisate, che scansiamo, donne che letteralmente mi bloccano la mano per farmi uno sgraziato tatuaggio all’henné come quelli che ai tempi di Madonna in Frozen mi facevo con la penna sulla mano sinistra.
Resta il blu e il bianco delle pareti delle case, contro il caldo e contro le zanzare, i vicoli stretti e fioriti nonostante il caldo rovente e il giardino andaluso fresco dove mamme urlanti lavano via la sabbia dei loro bambini con le pompe per irrigare i prati. Li lasciano nudi ad asciugare, bambini e bambine indistintamente, le stesse bambine che come le loro madri si veleranno. C’è qualcosa che non riesco a capire, nonostante studi interculturali e cazzate di genere.

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Il vero spettacolo però è quello che non c’è scritto sulle guide che neanche abbiamo: la strada in discesa all’uscita della Kasbah che conduce al mare anche qui attraverso il cimitero. E’ un’invasione di persone, donne grosse completamente vestite di nero che risalgono dalla spiaggia accanto a mariti in pantaloncini e dietro a ragazzini che ci notano e fanno i fenomeni tra salti, spintoni e corse. Come ovunque nel mondo. Musica, venditori ambulanti e una spiaggia anche qui devastata. Ombrelloni, piccole capanne fatte con i teli. Potrebbero essere le dune di Ostia, potrebbero essere gli anni ’60, potrebbe esserci Pasolini a raccontarlo.

Cose estive/3

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Sono andata a correre. Venti minuti per cercare un pantaloncino con le tasche e per chiudere le tapparelle di casa dei miei. 20 minuti dopo ero di nuovo davanti al portone di casa, dopo aver percorso una strada secondaria per non far scoprire ai ragazzini del quartiere che ero già di ritorno venti minuti dopo. Ci andrò di nuovo: non ho l’ansia tipo milanese del correre sempre a qualsiasi ora, non mi fa sentire bene, non vedo la vita migliore. Voglio solo provare a correre di nuovo.
Sto nuotando. Ogni giorno arrivo alle boe a stile libero e ritorno a rana, poi prima di uscire mi faccio salire il sangue alla testa un paio di secondi facendo una capriola sott’acqua. Nuotare e il sangue alla testa sono due cose che mi piacciono parecchio.
Dormo il giusto. Non mi sono ancora svegliata mai più tardi delle 9 e il pomeriggio chiudo gli occhi solo un po’ gli occhi.
Sto indossando vestiti che non mettevo da un po’ e l’armadio mi sembra nuovo e fresco. E’ una sensazione nuova alla quale non sono abituata.
Sto cenando sempre fuori casa. Alterno discorsi su Antigone (contro natura, contro gli dèi) a lunghe disamine su scarpe da comprare. Tutto parte dal nulla, tutto si spegne per ricominciare in altre parole, tutto continua con un sorso di vino e troppe sigarette.
Parlo con tutti i venditori marocchini sulla spiaggia. Chiedo consigli sulle strade, sul caldo, sulle città. Tutti mi rispondono sorridendo, consigliandomi di non andare a Casablanca, di non perdere Agadir e Meknes, di mangiare tutto il cous cous che troverò e di non avere paura dei 45 gradi. Rispondo “sì” quando mi chiedono se vado con mio marito.
Rido mentre il sole tramonta sulla costiera e restiamo con le gambe in piscina a rubare tutto il fresco di un pomeriggio di agosto perfetto.
Cammino accanto a mio padre. Sto dietro al suo passo lento, ridiamo spesso.
Parlo con mia madre di notte al buio e le parole ad un certo punto si fanno senza senso fino a quando non ci addormentiamo.