Marocco – Marrakech

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(Due italiani che non si parlano, un bimbo con gli occhiali e la faccia intelligente che fa i compiti delle vacanze, sua madre bellissima e scoperta che ride con lui, una ragazza sorridente e scoperta che non sta ferma un minuto e che ama la Costiera Amalfitana e che paragona Napoli a Casablanca. Per arrivare a Marrakech parliamo con tutti e attraversiamo sconfinate aree di terra aridissima e rocciosa, ogni tanto una casa circondata da fichi d’india bruciati da sole. Il caldo esterno, dal nostro vagone climatizzato, si intuisce soltanto. A Marrakech il termometro segna 47°. Sono le 6 di sera).

A Marrakech mi sento ubriaca: il viaggio in treno ha come spento qualsiasi recettore alla confusione marocchina e appena usciti dalla stazione, bellissima, questi recettori si riattivano e amplificano al massimo le sensazioni. Il vento fermo e bollente del pomeriggio, un pomeriggio coperto dalle nuvole, mi schiaffeggia: cerco di prendere aria sporgendo la testa dal finestrino ma il vento bollente, questa volta in movimento, è ancora più fastidioso. Non riesco a tenere gli occhi aperti.
All’ingresso della medina per qualche minuto sembra di nuovo di essere a Fès: tra questuanti e persone che si offrono di indicarti la strada per chiederti poi dei soldi. Per la prima volta non riusciamo a sfuggire ad un uomo che per come ci aveva puntato sembrava essere qualcuno del riad che cercavamo, gli diamo un dirham o poco meno volontariamente e anche con distacco e lui non fa neanche finta di non accettare la cifra scarsissima che ha in mano. Vita fatta di espedienti, caldo, totale affidamento al volere di Dio: per un bergamasco potrebbe essere l’esperienza esotica da raccontare in inverno, per noi, una Napoli ancora più rovente. Ci chiudiamo tutto alle spalle, anche qui le mura alte del riad, schermano voci e caldo.

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Le botteghe della Medina di Marrakech sono un po’ più varie di quelle viste fino ad ora, alcuni pezzi sono davvero interessanti e soddisfano il desiderio piccolo borghese di portarsi a casa qualcosa di quasi unico; anche i venditori sono un po’ meno assillanti di quelli di Fès, posso addirittura indicare, alcune volte, questo o quell’oggetto senza che mi si avvicinino per provare a vendermelo.
Camminiamo seguendo il flusso delle persone e senza saperlo ci ritroviamo a Djemaa el-Fna, la gigantesca e fotografatissima piazza di Marrakech. Una Sodoma e Gomorra in cui tutti i cinque sensi vengono attivati in maniera forzata. Il fumo che si alza dal centro della piazza è fortissimo e mischiato al vento fermo e caldo crea un ambiente simile ad una sauna ma secco; solo dopo un po’ capisco che il fumo proviene dalle braci accese ad arrostire carne. Quando le narici si abituano all’odore del fumo, il profumo della carne cotta è senza tanti giri di parole squisito. Migliaia di persone transitano tra le botteghe, i banchetti dei dolci, i tavoli della carne, i carrettini delle spremute di arancia. Dal lato destro della piazza arriva la musica dei suonatori berberi che con gli strumenti tipici si esibiscono al centro dei capannelli delle persone a cui chiederanno qualche dirham, gli fanno eco i flauti degli incantatori di serpenti, le voci degli uomini in costumi tradizionali, gli zoccoli dei cavalli che trascinano le carrozzine turistiche. Ma all’ora della preghiera la voce gracchiante dei muezzin si sente distintamente, al di sopra di tutti i suoni della piazza, mentre all’esterno di una moschea c’è chi prega e chi sta per farlo non prima di aver eseguito le abluzioni necessarie con l’acqua di un grande secchio.

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Senza sveglia, senza orario, pane freschissimo con marmellata, un boccone a me, un pezzetto al cane della padrona del riad che grato e ruffiano mi segue e si accoccola ai miei piedi tutte le volte che mi vede.
Camminiamo lungo i muraglioni della moschea Koutoubia, mi fermo ad ogni pezzo di ombra che trovo, mentre i piedi mi bruciano come se fossi scalza sulla sabbia incandescente di agosto. Attraversiamo i giardini in cerca di una frescura che non riusciamo a trovare. L’unica soluzione sono i Giardini Majorelle, un pezzetto di una Parigi che guarda all’esotico Marocco, sui toni del blu – blu Majorelle. Appena varcata la soglia la sensazione è esattamente quella di quando si riemerge dall’acqua dopo essere stati sotto un minuto in più: la luce del sole, che pure oggi non splende eccessivamente, filtra tra le piante di cocco, tra i cactus, tra i gelsomini e i banani. Le carpe galleggiano annoiate nel piccolo laghetto vicino al Museo di Arte Islamica e accanto alla stanza con le stampe Love e coloratissime di Yves Saint Laurent. Anche questa volta la più banale delle metafore che si può fare in Marocco è “oasi”. E un’oasi è anche il 33 Rue de Majorelle, un concept store di designer marocchini o francomarocchini dove, per la prima volta in questo viaggio, vedo prezzi in dirham a quattro cifre.
Poi all’improvviso arriva la pioggia che diventa un temporale, bollente come il vento bollente e fermo di Marrakech, con il vento che piega le palme per strada e i fulmini che cadono poco lontani da dove siamo seduti a guardare un paio di persone che festeggiano per strada. Al ritorno la medina è fangosa e finalmente fresca e meno confusionaria. Cammino con i piedi rigidi e incerti impaurita da scarafaggi immaginari che potrebbero essere usciti con la pioggia. Ci fermiamo sulla Terrace des Espices: la perfetta commistione Occidente/Oriente – musica lounge e aria rilassata con minareto imponente sullo sfondo – ci fa dimenticare di essere in Marocco quando chiediamo una birra e ci dicono che “no, loro non possono servire alcolici”.

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Marrakech va avanti e noi con lei tra i nostri giri senza meta, a cercare qualcosa e trovare altro, tra qualche bottega parigi-magrebina, pause in cortili colorati e hammam tradizionali, a pochissimi dirham frequentati solo da marocchini, dove donnone senza denti e con i baffi, non parlano neanche francese e uomini temibilissimi sanno solo dire Relax yourself, tra massaggi all’olio di Argan in posti dalla luce soffusa che sembrano essere più che altro case per appuntamenti fino all’ultima cena, con immancabile vista sulla piazza dall’alto dove per la prima volta il vento non è fermo e non è bollente. Giù Sodoma e Gomorra danno il meglio di sé ma i vari rumori dall’alto di un tavolo per turisti sembrano per qualche momento una sola cosa: i vari capannelli battono tutti lo stesso ritmo, tutto il fumo delle braci va da destra verso sinistra, le persone seguono traiettorie circolari.

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