gennaio 27, 2012

Martone il Padoa Schioppa del 2012

Ora, io più che altro farei le pulci ai genitori del viceministro Martone che volontariamente hanno deciso di chiamare il figlio Micheal e non al viceministro in questione che ha osato mettere il dito nella piaga (con sommo sdegno dei possessori in particolar modo della suddetta piaga) degli studenti che a 28 anni non sono ancora laureati e sono quindi sfigati.
Il viceministro è di fresca nomina e forse non sa che certe parole provocano pruriti fastidiosi e che associare in una stessa frase termini come laureato e sfigato non solo può lasciare spazio a nuovi e più divertenti universi di senso per niente presi in considerazione purtroppo, ma può offendere e far scatenare un vespaio, addirittura, sui social network e su rispettabilissimi blog. Il viceministro avrà pure utilizzato un’espressione infelice e vabbè, è inesperto, ma il pensiero è condivisibile senza appello. Magari avrebbe potuto aggiungere: chi sceglie di iscriversi all’università, volontariamente, e a 28 anni (quindi in media 10 anni dopo e ancora in media 5 anni più tardi rispetto ad un iter normale) non è ancora laureato non solo è sfigato ma deve anche darsi una mossa perché sta buttando dalla finestra una cospicua somma di denaro o guadagnata a fatica con lavoretti sottopagati e precari o elargita da genitori che continuano a vedere la laurea, anche quando questa non collima evidentemente con le aspirazioni del figlio, come il non plus ultra delle realizzazione. Oppure avrebbe potuto dire che a 28 anni se non sei ancora laureato parti in svantaggio rispetto ad un mercato del lavoro ben più cinico e banalmente in evoluzione di te, che non aspetta di certo che il ragazzo non più 18enne porti a compimento i suoi studi o realizzi il suo desiderio adolescenziale per poi trovare un impiego che rispecchi esattamente le cose imparate all’università.
Avere una laurea non necessariamente ti fa essere una persona migliore, non averla non significa a priori che tu sia una persona peggiore, però 10 anni, cazzo, poi davvero finisce che uno con gli occhiali e la faccia onestamente un po’ da scemo ti dia dello sfigato. E noi non vogliamo questo, vero?

gennaio 9, 2012

I rumori delle case nuove

Ticchettio sommesso che arriva dal bagno. Ho messo l’orologio da comodino in bagno vicino allo specchio perché, in fin dei conti, gli orologi non mi piacciono. In bagno, vicino allo specchio, ha più senso: posso misurare quanto tempo impiego a fare quello che faccio da sempre senza aver mai avuto bisogno di quantificarlo in termini numerici. Posso vedere quanto poco tempo mi resta. Quanto troppo tempo ho speso. Ticchettio che viene dal bagno. Il primo rumore nuovo. Le case nuove sono fatte di rumori nuovi, poi di mobili, abitudini e spazi. Sono i rumori a certificare il tempo, ancora lui, che serve per dire questa è casa mia. Acqua che scorre o forse è un motore del frigorifero che carica? Sì, è il frigorifero che carica, è classe a+ (come i paesi che non hanno uno spread poco fortunato come il nostro? non lo so, continuo a non sapere un cazzo di economia e di economia domestica) carica poco e consuma poco, ha detto il padrone di casa. Sta caricando da molto tempo, quanto starà consumando?
Gridano fuori, nel cortile. A Napoli l’invenzione del citofono non fece mai breccia nei cuori delle persone. Queste voci però non le conosco. Non c’è Ari, che non ho mai visto ma di cui conosco le abitudini e i rumori delle sue eterne pulizie e per la quale ho sempre provato pena solo a sentire come veniva trattata da voci che non hanno volto; non ci sono Rosy e Mary che giocano a fare le donne di classe ma che restano sempre le vrenzole (qual è la parola in italiano che sta per vrenzola?) che sono anche se vanno sempre a fare la spesa con i tacchi alti ed escono tra donne, ridendo e barcollando, si augurano buona giornata con voce, a fatica, tendente al melodiso e baciano le figlie sulle fronti.
Il frigorifero carica ancora, sento passi fuori dalla porta. Ieri ho riconosciuto i suoi quando è tornato, ma così non vale, è troppo facile. E poi per ora sono gli unici noti. Il ticchettio è sempre forte, come si fa a dormire con un orologio così prepotente sul comodino? Sta bene lì in bagno vicino allo specchio. Ed è l’unico rumore che c’è ora. In un palazzo, in cima ad una salita che non sembra Napoli.

gennaio 3, 2012

Chi è il tuo sponsor?

Probabilmente solo mia madre e mio padre non mi hanno chiesto “Chi è il tuo sponsor?” oppure la variante più impertinente: “Ce l’hai lo sponsor” e se non l’hanno fatto è solo perché ancora non hanno ben capito che cosa sto per fare, che cosa – se tutto va bene – farò.
La prima volta che me l’hanno chiesto, gli altri, quelli che sanno come vanno certe cose in certi ambienti, non certo i miei che pure credono di essere abbastanza navigati in queste cose, ho pensato “Boh, non lo so. Vabbè”. La seconda volta mi sono detta “Dai che coincidenza, anche lui mi dice la stessa cosa. Ma io lo sponsor ce l’ho? Boh, non è che ci sia mai stata chiarezza”. La terza volta a parte un neanche tanto silenzioso “che palle” ho pensato “Roger, abbiamo un problema, sono io che non mi sono informata bene o ‘sta storia dello sponsor vuoi vedere che è importante?” e allora rispondevo con l’aria da piccola fiammiferai “Beh lei sì, mi ha detto di farla questa cosa, che potevo farla, che il lavoro era buono, mi ha consigliato un po’ di cose, mi ha riletto il progetto e ha detto che comunque andava bene e durante la discussione ha detto: mi auguro che la dottoressa continui a studiare, cioè ha detto proprio così, col microfono acceso, davanti a tutti!” sperando di essere convincente e ricordandomi però che fino ad ora non c’è stata una investitura ufficiale del tipo, “io ti sponsorizzo, tutto regolare bella, vai tranqui”.
Poi ho perso il conto delle persone che mi hanno chiesto questa storia dello sponsor, persone che stimo e che sicuramente vogliono mettermi in guardia soprattutto dall’ingenuità che mi fa ancora credere che basti qualche bel commento alla tesi e durante la discussione, qualche piccolo consiglio prima di consegnare la domanda, studiare e leggere parecchio per poter fare, relativamente con serenità, questa cosa. Poi sarà che alcuni oltre a chiedermi dello sponsor non si sono fatti il problema di dire che i posti sono già assegnati, che alla fine è solo con la borsa che può servire a qualcosa, che senza è una stronzata, ci rimetti pure. Poi sarà stata la febbre e il pessimismo cosmico, perché sono una rincoglionita e almeno questa cosa dell’essere un po’ meno pessimista potevo metterla nella lista dei propositi dell’anno nuovo. Giusto per gennaio.

dicembre 31, 2011

Puntuale come la fine dell’anno

Ho dormito talmente poco in questi ultimi tre giorni e senza mai riposarmi, preso treni – valigia piena/valigia vuota, valigia piena/valigia vuota, due, tre, quattro volte – che il 2011 è finito all’improvviso e senza far rumore. Il tempo è trascorso così velocemente con la testa piena di così tante cose che non ho avuto un minuto per pensare – anche solo per finta, anche solo per tradizione – all’anno finito e a quello che tra poche ore inizierà. Poco male: tutti i bilanci da fare (non posso vivere senza fare bilanci) sono stati fatti giorno per giorno e i segni della battaglia me li porto addosso, insieme a tutte le stelle buone incontrare. Per il resto, sono dove volevo essere, abbiamo messo in piedi una bella casa che in pochissimi giorni assomiglia già più a noi che a chi l’abitava prima e ho imparato o meglio imparo ogni giorno che nonostante tutto (nonostante tutto è un’espressione che sento in giro sempre più spesso) le cose belle arrivano e succedono sempre. 2011 o 2012 è sempre così.

dicembre 24, 2011

Indolenza umida e blu

Mai fatta una vigilia di Natale degna di questo nome, un cenone di quelli in cui inizi a mangiare come minimo alle 8 in una casa che odora di pesce fritto e baccalà. Famiglia troppo indolente per aspettare fino a tardi senza un motivo valido.
Sono le 6, il pranzo è finito da un’ora e in giro c’è quell’aria stanca, una mistura perfetta tra sonnolenza e buio umido e freddo tipico della vigilia. Non c’è confusione, abbiamo già scartato i regali che conoscevamo, in piedi e di fretta senza nessun motivo. Non ci sono nipoti da torturare e da cui farsi torturare, natale con la madre, capodanno con il padre. Ci siamo solo noi, la nostra indolenza e l’odore del pesce che poi si mischia a quello dei dolci e della frutta secca. Non è mancato lo spritz alle 2 perché il 24 è doveroso essere circondati da gente col sorriso d’ordinanza intenta a bere a scambiarsi il meglio delle speranze almeno per un giorno, prima di essere inghiottita dall’odore forte di baccalà e dolci di castagna e noi che per un po’ abbiamo ballato la nostra danza sotto ad un sole timido che preannuncia neve intorno.

dicembre 23, 2011

Alto, fragile

Per molti giorni ho chiuso negli scatoloni una quantità enorme di cose accumulate in due anni. Mentalmente. All’atto pratico è stata una operazione di due sere, queste ultime due e l’ho fatta malissimo, senza cura, di fretta come a voler seminare una casa che ormai non era più mia e contemporaneamente provando ad arginare il malessere che mi procura vedere disordine intorno a me. Per ogni oggetto messo da parte è aumentato l’eco e il freddo si è fatto più cattivo, di quello che ti entra prima nelle ossa perché non ha altri posti, altri luoghi, altre cose dove incunearsi. Era un freddo di quelli che ti fa svegliare nel cuore della notte, l’ultima in quel letto, e ti fa dire quasi in lacrime stringimi ancora di più, sto morendo di freddo ed era il freddo delle pareti spoglie, prive di tutte le cose che abbiamo accumulato in due anni, pareti che sono diventate brutte, più cadenti del solito, mensole curvate a reggere ora solo la polvere. Abbiamo bisogno di cose per proteggerci dall’eco e dal freddo, per sentire i tetti e le pareti alte delle case di Napoli meno imponenti e più familiari nella precarietà delle sistemazioni. Abbiamo bisogno delle cose per fare di quattro pareti e di una finestra la casa più bella del mondo, perché è piena di noi. Abbiamo bisogno delle cose per creare immagini mentali che servano ad orientarci ad occhi semichiusi nel buio della notte. Quella che è stata la nostra casa per due anni ora è un deposito di scatoloni pesanti, quella che sarà la nuova e tutta nostra casa, aspetta solo noi e le nostre cose per prendere vita. In mezzo non c’è nostalgia, solo attesa.

dicembre 9, 2011

Son giorni che

Sono giorni belli, giorni pieni, giorni di preoccupazioni, di caldo eccessivo, di gente eccessiva (nelle quantità e nei modi) di processioni sotto casa seguendo, mio malgrado, il flusso dei turisti mentre mi sento sotto la neve finta in una palla di natale con carillon; sono giorni di ragazze che mi ascoltano pare con interesse, di genitori sereni, sarà che ho imparato a parlare – per due ore ad undici persone, per un’ora a loro due – guardando un punto e concentrandomi solo su quello; sono giorni in cui porto un orologio minuscolo sul polso minuscolo al quale, mi raccomando dai sempre la carica e che mi ricorda ogni giorno di quando lei, il pomeriggio davanti allo specchio prima di andare a messa, con l’indice e il pollice della mano destra girava per qualche secondo la rotellina altrettanto minuscola e il ticchettio impercettibile e fortissimo insieme che all’improvviso risuonava nella stanza; sono giorni in cui prendiamo decisioni importanti e pronunciamo parole, performanti, poiché sappiamo che acquistano valore d’essere proprio nell’atto di pronunciarle. Banali, banalissime emozioni borghesi necessarie quando in un attimo ti rendi conto del significato della precarietà.
Sono giorni in cui tra una Parigi ancora un po’ lontana e cosa indossare domani mattina, visualizzo un letto, un divano, una libreria, bicchieri, asciugamani, le tonalità della luce e so che esistono materialmente in un posto e non soltanto nei cassetti della mia immaginazione.

novembre 30, 2011

Poi dici gli studi di genere

Signor Langone, le donne non sono sole delle incubatrici: possono scegliere di essere anche madri. La bassa natalità nel nostro paese non dipende dall’alto livello di scolarizzazione, come lei provocatoriamente sostiene fornendo anche autorevoli statistiche, ma dalla totale inesistenza di stato sociale che impedisce ad una donna di poter diventare anche madre. (no, affidare i bambini ai nonni o aspettare infinite graduatorie per asili privati, non è propriamente stato sociale).

novembre 25, 2011

Faccia da 110 e lode (serietà a pacchi)

novembre 24, 2011

Vado (a piedi) mi laureo e torno

Mi sveglio da due notti all’ora in cui tra la fine del buio e l’inizio del giorno, dalle imposte lasciate lievemente accostate, si irradia la luce violetta tipica di quel incontro tra una cosa che non c’è più e una che sta arrivando. Mi sforzo di non aprire gli occhi, per non svegliarmi, mi dico nonostante sappia di essere sveglia perché con gli occhi chiusi la vedo perfettamente la luce violetta.
Oggi mi laureo e ho recuperato la tesi grigio scuro, per metterla in borsa, dalle nuove cose sotto cui era seppellita. Da queste parti crediamo molto nel simbolismo di certe immagini e la tal cosa vuol dire che nonostante un po’ di friccichio che immancabile è arrivato e col quale ho imparato a convivere perché serve a sentirmi viva, ci sono le cose di domani, letteralmente, a cui pensare.
Per ora ho indosso lo smalto rosso da battaglia, un vestito grigio e paio di scarpe belle, un cappotto rosso per dare un po’ di colore al grigio della cappella dentro la quale sto per andare a discutere. I capelli sono lisci e mi cadono sempre costantemente davanti all’occhio destro. Simbolismo a pacchi.

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